domenica 26 luglio 2020

Mali 2000

Quando il Mali era un paese in pace...
Mia zia è una suora missionaria (nel momento in cui scrivo non c’è più) e in questo momento (cioè nel 2000) sta in Mali. Dopo averle fatto visita nel 1997 in Costa d’Avorio (quando non avevo ancora il blog e non c’erano le foto digitali), decido che è il momento di tornare in Africa. Lei si trova nella capitale Bamako ma io mi sono documentata e ho visto che quel paese offre delle meraviglie che non posso perdere. Quindi arrivata a Bamako con mia cugina Anna, mi metto alla ricerca di una guida con cui girare il paese, impresa abbastanza complicata perché non è difficile che capiti di essere lasciati derubati e tramortiti da qualche parte...
Alla fine trovo Camille di cui decido di fidarmi e con cui parto dopo qualche giorno, zaino in spalla, verso il nord e verso i famigerati paesi Dogon.

Per iniziare un po’ di storia, che non guasta mai quando bisogna capire un paese (testo tratto da www.mali.it)

La storia del Mali è talmente antica che il paese può vantare delle pitture rupestri risalenti al tempo in cui il Sahara era un paradiso di lussureggiante vegetazione. Il primo impero di cui si ha notizia nella regione fu quello del Ghana, distrutto nell'XI secolo dai Berberi musulmani provenienti dalla Mauritania e dal Marocco, che non gradirono molto il tiepido assenso incontrato nella zona dalla loro religione. Verso la metà del XIII secolo, tuttavia, Sundiata Keita, capo dell'etnia mandinka, fece strategicamente convertire il suo popolo all'Islam e ottenne il monopolio del commercio dell'oro e del sale. Grazie all'influenza di alcuni Mansa (signori) di ideali progressisti, Djenné e Timbuktu divennero le Shangri-la mercantili dell'Africa occidentale: vi sorsero numerose moschee e un paio di università, costruite nell'intento di creare un impero vasto e potente.
A est i Songhai avevano nel frattempo fondato una città nei pressi di Gao; questa etnia era potente e ben organizzata e, soprattutto, si era data molto da fare per creare un esercito di professionisti e una burocrazia efficiente, mentre l'impero del Mali era invece impegnato a costruire le sue università. Quando i due popoli infine si confrontarono, i mercanti e gli studenti dovettero soccombere ai soldati e ai burocrati e l'impero songhai si impadronì del Sahel. Questa vittoria fu però di breve durata e la dominazione durò un secolo soltanto, prima di un nuovo e brutale scontro con i Berberi marocchini. In quello stesso periodo le navi europee avevano iniziato a percorrere in lungo e in largo la costa dell'Africa occidentale, aggirando così le rotte commerciali del Sahara e riducendo sul lastrico il ricco Sahel. La città di Timbuktu venne infine abbandonata e acquisì la fama di località remota e inaccessibile.

Nel 1883 il Mali divenne una colonia francese e, nonostante la costruzione di qualche tratto di ferrovia e di vari sistemi d'irrigazione, il paese fu sempre considerato il parente povero delle altre colonie dell'Africa occidentale. Nel giugno 1960 ottenne finalmente l'indipendenza e si unì al Senegal in una federazione che avrà vita breve e travagliata: nell'agosto successivo, infatti, il Senegal si staccò e Modibo Keita divenne il primo presidente della repubblica del Mali.

Questa è la tipica architettura dei paesi del Mali, detta architettura sudanese. Tutti i paesi sono costruiti con il banco (che si legge con l’accento sulla o), un semplice impasto di terra e acqua. 




In Mali ci sono stata tutto il mese di settembre e il 22 settembre è la festa nazionale del Mali, il giorno in cui nel 1960 il paese ottiene la sua indipendenza dalla Francia e diventa una repubblica. Qui mi trovo nella città di Mopti, nel mezzo del paese, ultimo avamposto prima di entrare nella terra dei Dogon e anche uno dei luoghi dove si può ammirare il Niger.


Vista dei cortili interni dai tetti di Mopti.


Celebrazioni per le vie di Mopti. La gente si è tutta riversata per strada, a piedi, su carri o camion. Tiene in mano degli arbusti oppure i loro strumenti di lavoro. Credo che la processione sia suddivisa per professioni; ognuna ha il suo carro di rappresentanza.



Da una piroga sul Niger osservo questo grandissimo fiume che in questo giorno di festa è affollato e colorato. C’è anche una gara di piroghe!









La moschea di Djenne, uno degli esempi più belli di architettura in banco del paese. Ogni anno queste strutture richiedono manutenzione dopo le piogge. La stessa piazza con e senza mercato. Purtroppo, da non musulmana, la posso vedere solo da fuori.


Finalmente l’arrivo nei paesi Dogon, popolo situato sulla falesia di Bandiagara. 
I Villaggi Dogon hanno queste costruzioni tipiche solo di questo popolo, ma fatte comunque in banco; alcune sono abitazioni, alcuni granai, alcuni luoghi di riunione.


Riporto un valido testo (quindi non scritto da me) in cui è ben spiegata la storia dei Dogon.
(Tratto da emotionsmagazine.com, testo di Anna Maria Arnesano e Giulio Badini) 
 Nel cuore del Mali, a sud del grande delta interno formato dal fiume Niger, vive in un contesto ambientale assai affascinante una delle più interessanti tra le venti etnie che compongono questa nazione sahelo-sahariana. Secondo gli etnologi i Dogon costituirebbero una delle popolazioni più interessanti dell’Africa occidentale. Non a caso nel 1989 l’Unesco ha inserito il territorio Dogon nella lista del Patrimonio dell’Umanità.

Questa etnia, circa 250 mila individui, abita la vasta e arida regione di Bandiagara, un altopiano di roccia di arenaria che precipita improvvisamente sulla pianura sottostante con una scenografica falesia verticale alta diverse centinaia di metri e lunga oltre 150 chilometri. Ignoriamo l’origine di questo popolo e sappiamo soltanto che tra il XIII e XVI secolo colonizzarono questa regione inospitale, forse per sfuggire all’espansionismo islamico degli imperi medievali sorti a quell’epoca sulle sponde del Niger. Al loro arrivo la zona era abitata dai Tellem, popolazione locale descritta come di bassa statura e pelle rossiccia (forse pigmei o boscimani), che abitavano in villaggi di roccia e di fango letteralmente abbarbicati sulla falesia, e seppellivano i loro morti nelle grotte aperte a notevole altezza in verticale assoluta. I Dogon, che continueranno ad abitare i villaggi sulla falesia, collegati tra di loro da sentieri aerei da vertigine, e ad usare le caverne naturali come necropoli (issando però i defunti con funi), sostengono che i Tellem sapessero volare oppure che usassero poteri magici per raggiungere simili altezze. Forse, ma è soltanto un’ipotesi, parecchi secoli fa il clima più umido poteva favorire la crescita sulla scarpata di piante rampicanti, tali da poter essere usate come scale naturali per individui di peso ridotto. Imparando dai loro predecessori a colonizzare le rupi verticali e a celarsi nelle grotte, i Dogon riuscirono a sottrarsi per secoli alle incursioni degli schiavisti, agli attacchi di altri popoli aggressivi e poi ai colonialisti francesi. Ma, soprattutto, riuscirono a conservare la loro religione animista, che fa perno su una complessa cosmogonia tramandata solo oralmente e attraverso gli iniziati, e le antiche tradizioni, vivendo secondo un complesso sistema sociale ben organizzato, con un’economia di sussistenza basata su agricoltura, allevamento, caccia, artigianato e piccoli commerci di scambio con le popolazioni vicine.

Grazie al loro isolamento, fino al 1930 dei Dogon non si sapeva quasi nulla. Dal 1931 al 1952 l’etnologo francese Marcel Griaule e l’antropologa Germaine Dieterlen vissero per lunghi periodi nei diversi villaggi per studiare le loro abitudini e gli stili di vita, scoprendovi una visione religiosa e metafisica complessa e assolutamente inimmaginabile per un popolo che viveva ancora nella protostoria. Ma furono soprattutto le rivelazioni di un vecchio hogon, un capo religioso e spirituale cieco e ottantenne, a svelare le loro incredibili conoscenze scientifiche, in particolare in campo astronomico. La divulgazione delle conoscenze di questo popolo contenute nel libro Dio d’acqua, pubblicato da Griaule nel 1948, determinarono un vero shock per l’Occidente e pongono ancora oggi inquietanti interrogativi tutt’altro che risolti.”

Questa è la falesia di Bandiagara, in fondo si vede il confine con il Burkina Faso (ovviamente potete solo immaginarlo, non c’è alcuna dogana, almeno credo...). Sopra e attorno ad essa ho camminato per una settimana, girando di villaggio in villaggio ma evitando accuratamente la capitale Sanha che sapevo essere la meta preferita dai turisti che vogliono vedere i paesi Dogon, comprare due chincaglierie e tornare a casa.


La mia guida, Camille, con un capo villaggio.


Tipici granai dei villaggi Dogon, sopraelevati x evitare i topi (credo). Qui sopra invece la vista sulla pianura sottostante, risalendo sulla falesia.


La savana è  per lo più coltivata a miglio. Ho trovato un pozzo costruito dai giapponesi. Ma in mezzo alla falesia, nascosta dalla vegetazione, ad un certo punto c’è una cascata incredibile che forma un laghetto. Dopo aver camminato con 50 gradi o giù di lì, quella è veramente un’oasi.
 I Dogon sono un popolo pacifico e laborioso, che in un territorio arido sono riusciti a creare delle vere oasi di verde con coltivazioni a terrazze e piccole dighe in pietra per la raccolta dell’acqua. Vivono essenzialmente di agricoltura, producendo miglio, sorgo, tabacco, spezie e le migliori cipolle del Mali, e la farina di miglio, dalla quale ricavano anche una diffusa birra locale, è alla base dell’alimentazione.”


Il luogo dove gli anziani Del villaggio si riuniscono per prendere decisioni.
 Oltre alle abitazioni private in fango e in pietra ed ai caratteristici granai cubici con il tetto conico di paglia, ogni villaggio presenta strutture comuni caratteristiche: il togu-na, una bassa costruzione aperta retta da 8 pali istoriati e sormontata da uno spesso strato di fascine di miglio, che sorge nel punto più alto e serve ad ospitare le riunioni del consiglio, la casa-tempio dell’hogon, gli altari a forma fallica per i sacrifici e numerosi tempietti per i feticci, gli omolo, oltre ad una casa fuori dal villaggio dove vanno a risiedere temporaneamente le donne mestruate.”



La casa del “medico” del villaggio.
 Animisti convinti, i Dogon vedono il mondo come una cosa unica dove convivono in armonia il mondo delle cose, degli animali e degli uomini, dove l’uomo non è il padrone assoluto ma soltanto un elemento che come gli altri partecipa al mondo. Essi hanno costruito una complessa cosmogonia, dove il tutto risulta contenuto in germe in ogni sua parte, con simbolismi e rituali presenti in ogni gesto della loro vita quotidiana. Semplificando al massimo, essi credono nella sopravvivenza dell’anima e in un unico dio, Amma, creatore dell’universo, il quale si accoppiò con la terra generando i Nommo, due gemelli ermafroditi e anfibi, metà uomo e metà pesce, i quali a loro volta generarono otto esseri umani, quattro maschi e quattro femmine, gli antenati dei Dogon, che si sparsero per la terra insegnando le diverse arti.”


Tipico artigianato dei Dogon (molto ricercato dagli antiquari occidentali): una scala (io la usavo quando la sera salivo sui tetti delle case a dormire perché faceva meno caldo che dentro le case) e una porta.
Il ricordo che ho di quelle notti sono le zanzare di notte e all’alba il rumore delle mosche che arrivavano a sostituire le zanzare...
 La loro vita è costellata di feste e cerimonie, riservate esclusivamente agli uomini, di cui la più importante è il Segui, che si celebra ogni 60 anni per festeggiare la fine e l’inizio di un ciclo di vita, quando la stella Sirio compare in un punto preciso del cielo.”


Dice Marco Aime, antropologo e grande conoscitore dei Dogon:

l’attività scultorea per la quale questo popolo è diventato famoso, è un’arte totalmente intrisa di religiosità. Le statue lignee rappresentano spesso la dea madre, evocano la fertilità e la sacralità della natura. Le opere più antiche sono state portate via dai collezionisti europei, ma gli artigiani locali le hanno riprodotte e inserite anche nelle abitazioni.


AGGIORNAMENTO 2020
(Tratto dalla rivista Africa, testo di Marco Aime)
Il leggendario popolo del Mali che abita la falesia di Bandiagara, un tempo oasi di pace frequentata dai turisti, è sconvolto dalle violenze di matrice etnica e jihadista che stanno insanguinando la regione.

I turisti però oggi non arrivano più. Anche sotto la falaise è arrivata l’ombra strisciante del jihadismo, ed è arrivata con il volto dei Peul, i tradizionali allevatori della savana. Tra di loro e le popolazioni sedentarie locali non è mai corso buon sangue, ma in qualche modo si era stabilita una certa forma di convivenza: dopo il raccolto i bovini potevano pascolare sui campi, fornendo letame, assai ambito dai contadini, che non possiedono altri tipi di fertilizzante. I Peul ricevevano in cambio miglio, altri prodotti alimentari e talvolta anche piccole somme in denaro. Di tanto in tanto nasceva qualche lite, perché i Peul invadevano i campi prima della fine del raccolto. Gli scontri tra i giovani dei villaggi, armati di bastoni e coltelli, e i pastori erano talvolta degenerati ed erano state sequestrate centinaia di vacche. Il tutto si limitava a scontri per il bestiame e i campi. Negli ultimi anni, però, qualcosa è cambiato: l’ondata fondamentalista, iniziata nel 2011 con l’occupazione del Mali settentrionale, dopo una prima fase “militare” si è trasformata in una penetrazione silenziosa di elementi islamisti nei villaggi del Mali, tra cui quelli Dogon.

Questo ha provocato numerosi scontri, anche a fuoco, con molti morti, al punto che i Dogon hanno formato una sorta di milizia etnica a metà tra un’associazione di cacciatori e un corpo paramilitare, chiamato Dan Na Ambassagou, che nel marzo 2019 con un assalto armato ha raso al suolo il villaggio di Ogossagou, tra Mopti e la frontiera con il Burkina Faso, lasciando a terra oltre 150 vittime, tutti civili di etnia peul trucidati senza pietà a colpi di machete e armi da fuoco mentre veniva dato alle fiamme l’intero villaggio. L’eccidio è stato motivato dagli assalti jihadisti condotti dai miliziani del Macina – guidati dal predicatore Peul Amadou Koufa e inquadrati nella principale coalizione jihadista del Sahel, il “Gruppo di sostegno all’islam e ai musulmani”, di fede qaedista – e dalle sempre maggiori pressioni dell’ondata islamista. Negli ultimi mesi sono filtrate dalla regione frequenti notizie di scontri a fuoco, villaggi incendiati, raid punitivi e stragi di civili, in una spirale di violenza interetnica alimentata dai predicatori dell’odio. É notizia del 4 luglio scorso il massacro di almeno 40 Dogon registrato nella regione di Mopti, la stessa della falesia, episodio che ha ulteriormente aggravato un bilancio spaventoso: in Mali, nel 2020, sono stati uccisi oltre 600 civili. Il tutto, sotto lo sguardo indifferente dell’esercito maliano, rimasto inerte di fronte a questi violenti episodi. I Peul vengono oggi considerati dai Dogon, nel migliore dei casi, dei collaborazionisti. Il mosaico etnico del Mali è andato drammaticamente in frantumi per gli effetti collaterali della disgregazione della Libia e per la diffusione tossica del radicalismo religioso di stampo wahhabita, che un tempo era marginale in questi luoghi. Difficile dire quale sarà il futuro di questo ex pacifico popolo di coltivatori. Nere nubi si affacciano all’orizzonte.

Parole chiave: pinasse, taxi-brousse, Baobab, toubab, banco, Ali Farka Touré 

BIBLIOGRAFIA
- Vittorio Franchini, “Mali: viaggio tra i Dogon: il popolo delle stelle”, ed. Polaris 
- Marco Aime, “Diario dogon”, ed. Bollati Boringhieri 
- “Dio d’acqua”, Marcel Griaule, Bollati Boringhieri 
- Sebastian Schutyser “Banco, moschee di terra cruda del delta interno del Niger”, ed. 5 continents 

Provenza 2002













Favignana 2001







Marocco maggio 2005 - 2008









venerdì 6 dicembre 2019

Wales 2019



Visito il Galles per la prima volta. Sono qui con un gruppo di ragazzi e ragazze in alternanza scuola lavoro con un progetto di mobilità internazionale dell'ENAIP. Sono sei ragazze estetiste, 4 aiuto cuochi e due agricoli. Loro faranno un mese qui, io due settimane e con me torneranno a casa. La collega che mi accompagna, Maria Vittoria, è una persona molto interessante e sono contenta di passare questo tempo insieme a lei. Ha studiato inglese e russo come mediatrice culturale e lavora in un centro di accoglienza per migranti di Airuno (LC), oltre a insegnare inglese all'enaip di Monticello (Lecco).
Mi trovo ad Abergele, un villaggio di circa 10mila abitanti sulla costa del nord del Galles, ovviamente molto piovoso e molto ventoso...
Qui tutti i cartelli hanno la doppia indicazione, inglese e gallese e il gallese è veramente astruso, un po' sullo stile del basco, un codice fiscale!
I ragazzi sono dislocati in famiglia così io e Maria Vittoria ce ne stiamo tranquille nel nostro b&b a Llanddulas, a due km da Abergele. Abbiamo già visto un mondo di escursioni da fare e, visto che i ragazzi lavorano, avremo tempo X farle!


Cibo
Io e Maria avremo grossi problemi col cibo qui in Galles...
Prima cosa siamo entrambe vegetariane e quindi non riusciamo a mangiare ovunque. Ma il grosso problema è che qui, tra le 7 e le 8 di sera, tutte le cucine dei pub e dei bar chiudono. Ci rimangono solo i kebabari e le pizze fatte dagli immigrati (non italiani). Un vero disastro...
 (...)
Sulle pizze fatte da immigrati non italiani stasera abbiamo steso un velo pietoso e quindi chiuso il capitolo.
Ormai  è deciso. Il nostro posto preferito è il kebabaro di Abergele, o meglio un gruppo di kebabari turchi che ormai ci hanno adottato e ci ospitano sulle loro scomode sedie azzurre a mangiare, senza neanche un tavolo. Per farci sentire a casa ci mettono la musica di Toto Cotugno e di Adriano Celentano. Abbiamo tentato anche col delivery al b&b ma è stato un fallimento perché non trovavano la casa, quindi andiamo noi. È l'unico posto in cui ci siamo sentite veramente accolte!
(...)
Un altro modo di evitare il solito fish&chips è il cibo cinese/asiatico. Ne abbiamo provato due versioni: quello veloce, da fast food, il "wok&go" e il ristorante serio. Ci sono piaciuti tutti e due. I primi seafood noodles erano piccantissimi, da piangere! I secondi (sempre seafood noodles) erano molto più abbondanti e ugualmente gustosi. Due esperimenti riusciti.


Tempo libero e intership 
Oggi domenica coi ragazzi. La meta iniziale era Chester ma il treno era troppo caro X loro (32 sterline, circa 40€ andata e ritorno per un viaggio di 40 minuti, in effetti tanto...) e quindi optiamo per Angel bay, una baia dove vanno a spiaggiare le foche. Poi saliamo sulla cima della scogliera dove il vento ha una velocità incredibile. Le scivolate sul fango valgono però la vista sulla baia di Llandudno.
(...)
Parte del tempo libero è dedicato a fare visita ai ragazzi e alle ragazze sul posto di lavoro. Il primo è Memmo, in una caffetteria che si chiama the Plantation con una sala che è la riproduzione di una foresta. Molto carina. Le due che lo gestiscono, simpatiche!
Oggi riusciamo  anche ad andare a Betws-y-coen ma è talmente in culo ai lupi nella campagna che impieghiamo più tempo coi bus che non quello usato X visitarla. Carina eh, ... Però, 15 case poste sui tre lati di un triangolo.
(...)
Anche le signore che gestiscono i negozi di trattamenti estetici sono molto contente delle nostre ragazze e le visite quindi si rivelano molto soddisfacenti. Solo una si lamenta che il nostro ragazzo non parla bene l'inglese. Ma va?! In compenso però non sono molto ospitali, non ci offrono neanche non dico un trattamento ma almeno un caffè...
(...)


La meta di oggi è Conwy, segnalato per un castello da visitare. Prima però percorriamo le mura che percorrono buona parte del perimetro di questo villaggio e che si affacciano sul mare, visto che questo paese si affaccia su una baia. Il castello ha visto la guerra tra welsh e english e in particolare nel 1401 qui hanno prevalso i gallesi sugli inglesi di King Edward, che abitava in questo castello, quindi è un grande ricordo per il Galles.
(...)
Oggi andiamo oltre Prestatyn a trovare Daniele e Andrea, i nostri due farmer che lavorano presso la tenuta di un Lord, di nome Mostyn, che possiede tutto questo territorio, compreso tutta Llandudno. Ci sembra di capire che lui possieda ancora il suolo, anche se sopra ci sono case e persone. È una famiglia le cui origini risalgono a 550 anni fa e vive in questo castello di 150 camere che riesce a mantenere grazie al fatto che ha creato una fondazione che gli permette di mantenere tutto ciò senza dover vendere. L'attuale Lord ha circa 33 anni, vive di rendita e passa tutto il giorno a giocare alla playstation, a biliardo oppure a viaggiare. Fa però moltissima charity e aiuta molte associazioni. Nella sua tenuta ci sono anche dei cani che vengono addestrati ad esempio a trovare mine antiuomo in Angola.
Phil, che lavora qui, ci conduce in giro per la tenuta illustrandoci la storia, le piante, ecc., tenuta che si affaccia sulla baia di Liverpool. 
Avvicinandosi al castello mi sarei aspettata di vedere uscire Mr. Darcy...


Brexit 
In questi giorni qui in UK si è votato e hanno prevalso i conservatori di Boris Johnson. Qui in Galles quelli con cui abbiamo parlato non erano per niente contenti. Abbiamo sentito chi diceva "damned english".


Liverpool
In una fortunata giornata senza pioggia io e MVittoria decidiamo di andare a Liverpool. Prendiamo due treni, il primo per Chester e poi per Liverpool Central Station. Circa un'ora e 40 di viaggio per la modica cifra di più di 18 pounds. È una città che mescola il suo lato moderno, molto commerciale, con la sua storia industriale. Del resto lo sappiamo che qui è nata l'industria, la ferrovia, le più grandi navi moderne transatlantiche. Ormai prevale decisamente l'aspetto commerciale che ha soppiantato quello industriale. Qua e là rimangono i classici edifici in mattoni rossi, riciclati e ora usati come musei o centri commerciali o uffici. La parte più interessante di questo restauro ha interessato i docks dove ci dirigiamo verso il nostro primo obiettivo, la Tate Gallery, museo di arte moderna che si affaccia sull'acqua nella zona del vecchio porto. L'esposizione è interessante, si va dall'astrattismo all'arte povera, alla pop art. Dopo un tentativo di vedere il museo dei Beatles, di cui Liverpool è luogo natale, tentativo fallito per il costo eccessivo del biglietto (17 pounds), andiamo a visitare (gratis, come tutti i musei pubblici in UK) due musei molto interessanti: il museo della schiavitù e il museo delle navi e della Marina.
Ad un certo punto della storia del colonialismo Liverpool diventa la capitale della rotta transatlantica della schiavitù. Da qui partivano le più imponenti navi che facevano rotta verso l'Africa e poi verso le Americhe col loro "carico umano". L'esposizione dedica molto spazio alle culture africane che gli schiavi venivano costretti ad abbandonare ma che in qualche modo si portavano dietro.
Il museo delle navi invece è focalizzato soprattutto sul Titanic. L'armatore della nave era la White Star di Liverpoool, anche se la nave fu costruita  e varata a Belfast (dove infatti c'è il museo, molto bello, da vedere) e parti' per l'ultimo viaggio da Southampton. Il museo racconta la storia della costruzione, dell'affondamento, dell'equipaggio, di chi mori e di chi sopravvisse.
Quello che rimane del giorno lo dedichiamo all'ultimo giro nello shopping natalizio, per poi fare ritorno ad Abergele. 


Chester
Finalmente riusciamo a portare i ragazzi (e una ragazza che oggi, sabato, non lavora come invece le altre estetiste) a Chester, città di origine romana (1 sec. d.c.) ma con mura medievali che ne circondano il centro. Il meteo ci permette di percorrere tutte le mura a piedi e di visitare il bellissimo centro storico, caratterizzato dalle tipiche case vittoriane e dalle bancarelle natalizie. Natale si avvicina e lo shopping richiama gente e turisti. Io non mi sottraggo e compro anche io il mio jumper, cioè il maglione tipico di Santa Lucia, il 13 dicembre, coi tipici disegni natalizi (famoso è quello di Darcy/Colin Firth in Bridget Jones). Però l'ho preso da Save the Children, usato, così faccio beneficienza ed evito di alimentare il "fast shopping" (consumismo mordi e fuggi). 


Manchester
L'ultima gita organizzata è di nuovo in Inghilterra, a Manchester. Città molto viva e molto bella. Anche qui, come a Liverpool, si alterna il moderno con l'antico ma questo contrasto/accostamento qui è molto più evidente. Sono ancora molti gli edifici in mattoni rossi di metà ottocento e i grattacieli di recentissima costruzione (ci sono ancora molte gru). Il tutto è arricchito dall'aria natalizia e dal mercatino natalizio.
La prima meta però è il museo della scienza e dell'industria, costruito nel luogo in cui i treni depositavano il loro carico di cotone proveniente prima dall'India poi dall'America, perché venisse lavorato. Assistiamo anche ad una dimostrazione del funzionamento di alcune macchine dell'industria tessile. Qui si è fatta la storia della rivoluzione industriale, quando si è passati dalla lana al cotone, e dell'artigianato alla produzione seriale. Al secondo piano invece ci sono molte postazioni dove è possibile fare alcuni esperimenti rispetto  alla luce, al suono, ai riflessi, all'intelligenza, ecc.
Mentre i ragazzi hanno il tempo libero per girare il centro città io e Maria Vittoria andiamo a vedere una famosa Library, la a John Rylands Library, con libri molto antichi soprattutto medievali, che mi ricorda la Reading Room del Trinity College a Dublino. Molto bella!
Siccome oggi c'era la partita ci siamo evitati la visita allo stadio Old Trafford, che avrebbe fatto molto piacere ai ragazzi ma avrebbe ammorbato molto noi donne.


Shopping
Come sempre quando vengo in UK mi dedico con piacere allo shopping. Trovo che sia molto stimolante farlo qui, più che in Italia. Mi sembra di avere più scelta e soprattutto che le offerte e i saldi siano più interessanti. Non che gli inglesi si vestano meglio di noi... Però offre più alternative. E l'alternativa che più apprezzo da queste parti è quella dei charity shop, cioè la vendita di abiti o oggetti usati per beneficienza. Ogni negozio è gestito da una associazione e i proventi ovviamente vanno alle persone di cui si occupano. Trovo che questo sia un modo di riciclare delle cose assolutamente utilizzabili, evitando produzione di materiale superfluo e in più per un'ottima causa. Quest'anno ne ho veramente approfittato, rimettendo in circolo 3 magliette, un maglione e una giacca, e aiutando Save the children, Heart Foundation, SCOPE equality for disabled people e Cats protection. Per usare uno slogan ti Save the children: pre-loved to... Re-loved.