venerdì 24 luglio 2026

Sardegna- Sulcis- Iglesiente estate 2026


 23-24 luglio

Complice la mia amica Gabriella, che col marito Antonello è tornata alle radici, abbandonando Busto Arsizio per andare a vivere nel paese di origine dei genitori, questa estate sono venuta a scoprire una zona della Sardegna che non conosco ma che era oggetto del mio interesse già da tempo, essendo la zona del Cammino Minerario di Santa Barbara (CMSB). 

Ho recuperato un ostello a Gonnesa, a pochi km da Bacu Abis, il paese di Gabriella, che si chiama Brebei niedda che in sardo significa pecora nera. Mi piace!

È gestito da Maurizio che l’ha preso in gestione da circa un anno e sta cercando di rilanciarlo. Questo è il suo progetto da quando ha smesso di girovagare. Si trova nella parte alta del paese e sopra e sotto il piano in cui si trova, abitano delle suore, essendo un convento.

Arrivare qui è stato il viaggio della speranza. La prima cosa che ho imparato è che senza un’auto in Sardegna è meglio stare a casa…

Ieri sera sono arrivata all’aeroporto di Cagliari. Il numero verde dei taxi mi dice che non ci sono taxi disponibili e di contattare Uber. Uber ha dei prezzi folli, ma veramente folli!

Fortunatamente mi recupera la signora del b&b. E così riesco ad andare a letto a un’ora decente.

Questa mattina avevo prenotato la visita del sito del Fai, le saline Conti Vecchi. Ma i mezzi pubblici non arrivano e arrivare con Uber mi sarebbe costato, ogni viaggio, circa 40€.

Quindi mollo il sale del Fai e prendo il treno per Decimomannu. Poi un autobus per Iglesias e, dopo una passeggiatina sotto il sole per arrivare alla fermata, un altro bus per Gonnesa. Ma non è finita. Arrivata in questo paese devo raggiungere il mio ostello che è nella parte alta e quindi devo affrontare col trolley una super salita. Finalmente arrivo in questo posto molto accogliente con un gestore, Maurizio, molto motivato. La mia camera è molto carina e si affaccia sulla vallata; in fondo si vede il mare.

Prima di partire mi ero fatta l’idea di poter girare in bicicletta, ma la mia idea si è infranta con la realtà. Questa zona è molto montuosa e caratterizzata da rilievi. Oggi sono andata in spiaggia, la famosa spiaggia di Plagemesu, in bicicletta e i tre km mi sono sembrati, sotto il sole, dieci. Il ritorno, peggio, soprattutto perché non trovavo la strada giusta. Domani credo che prenderò il bus x andare in spiaggia…

Stasera mi sono trattata bene e ho fatto la prima cena in terra sarda in un ristorante che si chiama S’anninnia, che significa ninna nanna più o meno. Ho mangiato veramente bene! Ad un prezzo che noi del nord ce lo scordiamo…

25 luglio

Questa mattina ho deciso di andare in spiaggia usando un fantastico bus con aria climatizzata.

La spiaggia è piuttosto grande quindi mi posiziono senza troppi disturbi attorno ma neanche isolata. Devo dire che il mondo della spiaggia non è troppo fastidioso. Però è sicuramente curioso. Arrivano tutti con un super carrellino in cui ci sono almeno due ombrelloni, sedie da spiaggia, borse frigor… insomma tutto ciò che serve x starsene in spiaggia tutto il giorno… ma anche solo tre ore.

Non avere l’ombrellone, debitamente bloccato al terreno con un cavo per non farlo volare, è impossibile.

Io, che l’ombrellone non ce l’ho, resisto fino alle 11.30 e poi mi rifugio al bar. Il bus delle 12.30 mi riporta a Gonnesa. Trovo un bellissimo negozietto di prodotti artigianali, soprattutto filigrana d’argento, e faccio un po’ di shopping.

Nel pomeriggio mi ritrovo con Gabriella e Antonello che, da maggio, si sono stabiliti definitivamente a Bacu Abis nella casa della famiglia di Gabriella, di origine sarda.

Prima andiamo al Villaggio Norman, quello che è rimasto del villaggio afferente alla miniera San Giovanni. È rimasta la casa del direttore di quella miniera e un altro edificio che ero lo spaccio per i minatori, unica loro fonte di approvvigionamento.


Da questi parti le miniere prosperarono tra le due guerre. Si cercò di rilanciarle dopo la seconda guerra mondiale ma non funzionò e quindi molti migrarono nel continente.

Lasciato il villaggio ci dirigiamo verso Nebida dove c’è una bellissima passeggiata che si affaccia sul Pan di zucchero, il faraglione più grande del Mediterraneo. Poco più avanti raggiungiamo l’ingresso di Porto Flavia. Stasera non c’è più tempo per visitarlo ma ritorneremo perché è un posto molto suggestivo. Nella foto qui sotto si vede il Pan di zucchero e si intravede una torretta del Porto Flavia.

Riprendiamo la fantastica strada panoramica che collega Porto Flavia alla spiaggia e torniamo verso Gonnesa.


Da questo sentiero si vedono sotto, a livello del mare, i resti della laveria Lamarmora, dove lavoravano le donne che facevano il “triage” al materiale estratto dalla miniera, cioè facevano una selezione di quanto estratto e poi lo lavavano.


26 luglio memorie dal sottosuolo 

Oggi il cielo è nuvoloso e quindi cambio programma. Prendo un autobus in direzione Carbonia dove voglio vedere due cose. La prima è il museo del Carbone, creato all’interno della Grande Miniera di Serbariu, nata nel 1936 in piena epoca fascista. 

A causa dell’invasione italiana dell’Etiopia la Società delle Nazioni sanziona l’Italia, che quindi deve recuperare le materie prime internamente, sul proprio territorio, come ad esempio il carbone qui in Sardegna. Ecco quindi l’investimento su questo territorio e la fondazione della città di Carbonia, il cui nome ricorda altri nomi di nascita fascista (come Littoria, ora Latina) e la cui architettura razionalista è appunto tipica di quel periodo.

La giornata stava partendo male. Appena arrivata in biglietteria scopro che tutte le visite guidate sono piene. Discuto un po’ con l’addetta dei biglietti (odiosa). Mentre me ne vado mestamente, controllo il sito e scopro che la visita guidata in francese ha posti. Torno indietro, la tipa simpatica cerca di scoraggiarmi, prima mi dice che forse è piena, si vede che non vuole vendermi il biglietto… alla fine non può fare altro. E dopo mezz’ora entro coi francesi. La mia comprensione del francese è talmente buona che tutto quello che scrivo qui su questo sito l’ho sentito in francese.

Del museo oggi è visitabile solo la parte nel sottosuolo, che è ovviamente la più interessante. Da qui la citazione di Dostoevskij. Indossato il caschetto, dopo la spiega iniziale si scende.

Questa miniera aveva otto livelli e il numero delle persone impegnate qui dentro era notevole. Carbonia in quegli anni è arrivata ad avere 50mila abitanti, oggi sono la metà.

Purtroppo la gente moriva per crolli o per la silicosi. Qui venivano anche portati gli oppositori politici. Il nostro simpatico duce li obbligava a lavorare in miniera. Tutti gli altri lavoratori erano obbligati ad avere la tessera del partito fascista.

La guida dice che di miniere di carbone adesso in Europa ce ne sono 27 in Polonia, il paese europeo attualmente più minerario. Altrimenti bisogna andare in Cina ma anche in Australia.

In Italia dopo questa, che era la più grande, c’è quella di Nuraxi Figus, anche lei nata negli anni ‘30 e rimasta operativa fino al 2019.

Dopo più di un’ora di visita “uscimmo a riveder le stelle”. Fa un caldo boia e io mi incammino verso il centro città, ad almeno un km ma forse più, per cercare qualcosa da mangiare. Ma scopro che Carbonia è una città fantasma. Non c’è in giro NESSUNO, ma proprio nessuno e non c’è un bar aperto, ma proprio neanche uno. Capisco perché ad un certo punto un’auto dall’accento milanese mi chiede dove si trovi il Mac. Sul momento rido loro in faccia per la domanda assurda… poi capisco che probabilmente è l’unico esercizio aperto la domenica mezzogiorno.

La seconda meta sarebbe stato il museo archeologico di Villa Sulcis ma ovviamente chiude alle 13 e riapre alle 16, come tutto qui in Sardegna. Quindi ci rinuncio. Attraverso di nuovo sotto il sole questa città surreale e torno in stazione dove fortunatamente c’è un autobus che parte dopo poco.

Questa sera mi consolo col mio ristorante preferito, visto che non ho neanche pranzato…


Comunque immergersi nella storia mineraria di questo territorio ma soprattutto dei suoi abitanti e di chi è vivo e morto facendo questo lavoro pericoloso e faticoso è stato molto suggestivo e anche commovente.

E poi tutto in francese!

Il nonno di Gabriella ad esempio faceva le scarpe per i minatori. Finita l’era delle miniere ha potuto riciclare il suo lavoro. Per molti non è stato così. Un altro nonno invece dapprima faceva il carichino, cioè quello che piazzava la dinamite; in seguito fu messo a pompare l’acqua quando incontravano una falda acquifera. Morì di silicosi. A causa anche di ciò le falde si sono esaurite. A proposito di acqua il papà di Gabriella mi dice che, adesso che hanno costruito dei bacini artificiali, l’acqua in Sardegna non manca.

Qui sotto è il muro dove vengono simbolicamente rappresentati i minatori; qui ritiravano l’attrezzatura prima di scendere nelle viscere della terra.


27 luglio

Questa mattina vado con Gabriella, il marito Lello e il padre in spiaggia. Ha iniziato a spirare il maestrale da nord ovest. Quindi non c’è più il vento caldo di ieri ma il mare è molto mosso e c’è bandiera rossa.

Il pomeriggio è invece dedicato a Porto Flavia, un sistema ingegneristico scavato negli anni 20 nella roccia che serviva a caricare il materiale proveniente dalle miniere sulle navi, che poi veniva portato  nelle fabbriche x essere lavorato.


C’è tutto un sistema di cunicoli e, una volta, di binari e vagoni che riversava il materiale su nastri che poi, da un braccio che fuoriusciva sul mare, cadeva nella nave. Si chiama Porto Flavia perché la figlia dell’ingegnere italiano che lo progettò si chiamava così.

Davanti alla struttura c’è il faraglione Pan di Zucchero. Esperienza molto interessante.

Stasera proverò ad addentrarmi nelle iniziative estive di Gonnesa per sperimentare la vita dei paesi sardi d’estate. Ieri sera suonava un gruppo hard rock, ma io non mi sono mossa dalla mia camera. Stasera chissà…

28 luglio

Per chiudere l’esperienza di ieri sera con la vita sociale del paese… l’animazione era costituita da un gruppo che suonava cover dignitose e da tre/quattro bancarelle tristissime che vendevano cose invendibili.

Oggi giornata al mare. Il maestrale soffia molto forte, quindi la bandiera è ancora rossa ma il caldo è più sopportabile. Io comunque ad un certo punto, non avendo l’ombrellone, mi rifugio nel cono d’ombra della torretta del salvataggio. Pranzo in un ristorantino in riva al mare.

Per la serata ho invece organizzato la visita al nuraghe più vicino a Gonnesa, il nuraghe Seruci. Devo arrivarci in bicicletta quindi mi metto di buona lena e parto. Dista 5 km e mezzo ma, anche se sono le sei di sera, la strada è tutta in salita, sotto il sole e con il vento contro. Arrivo che sono morta!


Siamo solo io e la guida. Questo è solo uno di tanti nuraghi dislocati in tutta la zona di Gonnesa, come tutti collocati nell’età del Bronzo. La posizione infatti domina tutta la pianura e permette di controllare il mare, in direzione Sant’Antioco e isola di San Pietro. Commerciavano sicuramente coi Fenici ma si sono trovati resti riconducibili a Cipro. Qui hanno iniziato a scavare a fine ‘800 e poi hanno ripreso negli anni ‘70, scoprendo che attorno al corpo centrale, una specie di castello nuragico tutto in pietra, a più livelli fino a raggiungere 24 metri di altezza, c’erano almeno un centinaio di case, di cui sono rimasti molti muri perimetrali. Essendo costruzioni costruite a tholos, quindi con pietre sempre più concentriche verso l’interno, come la foto qui sotto, si è potuto arrivare a capire l’altezza raggiunta da questi edifici.


Di questa cultura col tempo si è iniziato a capire sempre più, sia della struttura sociale che di come vivevano, ma mancando la scrittura molte cose non si capiranno mai.

Dopo la visita è previsto un aperitivo, un bicchiere di bianco di una cantina della zona, accompagnato con pane carasau, olive e formaggio sardo.


Complice il fatto che la strada è ora tutta in discesa, il rientro fatto nell’ora del tramonto tra queste colline di macchia mediterranea è molto piacevole.

Oggi ho avuto ancora più la conferma che la Sardegna è un territorio che ha una storia antichissima, purtroppo poco studiata (almeno nelle scuole ordinarie) e poco conosciuta, anche da noi italiani. Abbiamo avuto una cultura che, pur senza aver prodotto né una scrittura né una moneta, ha lasciato moltissimi segni in tutta l’isola e ha comunicato con molte altre culture mediterranee, molto ma molto prima dell’impero romano.

29 luglio

Oggi il vento è calato (ed è tornato il caldo torrido) e quindi si può tornare in spiaggia e soprattutto a fare il bagno tranquillamente. 

Nel pomeriggio sono d’accordo con Gabriella e Antonello per andare a Iglesias. È una città molto carina, con un centro storico chiuso al traffico e ordinato, circondato dalle mura costruite dai pisani nel 12 e 13 secolo. La zona pedonale offre molti negozi particolari e originali, molti dei quali vendono prodotti di artigianato come stoffe, ceramiche o gioielli.

Io ne approfitto per fare un po’ di shopping. Entriamo in un negozio di artigianato dove compro una bellissima gonna con una stampa di libri e ci mettiamo a chiacchierare con il gestore, un uomo di Modena trasferito qui da una decina d’anni, che nel tempo libero fa spettacoli come drag queen, …incredibile a dirsi ma qui in Sardegna fanno anche spettacoli con drag queen.

Stasera in città c’è un incontro con Carlo Lucarelli. Iglesias in effetti appare vivace. Ho scoperto che in questi anni la Sardegna ha prodotto un numero esorbitante di festival letterari, non tutti di un livello accettabile, ma comunque tantissimi, oltre la media nazionale.

Sulla via del ritorno ci accompagna una luna piena arancione.


30 luglio

La giornata di oggi inizia con un pullman e un traghetto. La meta è l’isola di San Pietro e soprattutto l’abitato di Carloforte, la cui storia è già unica. La cittadina nasce infatti nel 1738 quando arrivano delle persone, adesso chiameremmo rifugiati? Migranti economici? Che provengono da Tabarka, un’isola della Tunisia, dove si erano stabiliti molto prima per raccogliere il corallo, provenendo da Genova, e dove ora in parte non sono più graditi in parte il corallo sembra finito.

Re Carlo Emanuele di Savoia (da qui Carloforte) concede loro questa isola. Di tutta questa storia sono rimasti il legame con Genova (presente sotto forma di focaccia e di gemellaggio), il legame con l’Africa (presente in alcuni nomi arabeggianti e nella presenza del couscous in cucina) e la lingua tabarchina. Oggi  più volte mi è capitato di sentirla parlare nei negozi; assolutamente incomprensibile ma stanno facendo di tutto per conservarla.

Carloforte è una cittadina che si affaccia sul mare e sul porto, molto colorata, pulita e ordinata. Oltre al lungomare, ha una bellissima piazza centrale, piazza Repubblica, ai cui angoli ci sono 4 piante enormi che fanno ombra. Faccio un po’ di shopping, tra cui il costosissimo tonno rosso, tipico di questi mari e di queste tonnare. Per il pranzo invece mi affido al couscous di una gastronomia.

Ero indecisa su come riempire il pomeriggio. Appena scesa dal traghetto vedo un chiosco e mi si accende una lampadina: un tour in barca attorno all’isola. Come ho fatto a non pensarci?! L’ho sempre fatto gli anni in cui andavo con gli amici in un’isola tutta da conoscere. Prenoto il giro dell’isola in gommone per le 3 pm. Il tour dura 4 ore, quindi mi fiondo in una farmacia a prendere la Xamamina, che prendo prontamente prima di salire.

Siamo in 14 su un gommone bello grande. Luca è lo skipper, sub della protezione civile, che ci illustra la storia dell’isola, ci fa notare le conformazioni geologiche della costa, soprattutto legate alla sua origine vulcanica, e si addentra in molte grotte che offre l’isola. E poi ci prepara anche uno spuntino con vino bianco e paté di tonno. Sostando davanti alla tonnara, ci spiega il tragitto che fa il tonno prima di arrivare qui, e siccome nuota velocemente, viene chiamato tonno di corsa. Giuro! Il tonno rosso di queste zone è molto ambito dai giapponesi, tanto che l’80% del pescato viene comprato da loro. A differenza della mattanza di Favignana, dove il tonno viene infilzato e il mare si colora di rosso, qui prima fanno uscire i tonni giovani poi - se non ho capito male - vengono tolti dall’acqua e quindi muoiono asfissiati. Ovviamente qua  e là facciamo delle soste per il bagno.

31 luglio

Oggi è il giorno del ritorno. Anche se ho il volo stasera, decido di partire al mattino. Primo perché posso prendere un bus che mi porta a Cagliari senza cambi, e così non faccio il viaggio della speranza che ho fatto all’andata. Secondo, voglio visitare Cagliari.

Lasciato il bagaglio in stazione mi incammino x la città e anche qui mi ritrovo subito a salire perché la mia meta è nella parte alta della città. Il caldo e l’umidità sono folli…

Voglio visitare il museo archeologico di Cagliari, situato in un bel complesso museale. Il museo ripercorre la storia della Sardegna, dalla cultura nuragica nell’età del bronzo fino a quella del ferro (dal 1500 a.c. circa), i rapporti commerciali con altre culture, soprattutto i Fenici, fino all’arrivo degli antichi romani.

Molto curiosa la maschera ghignante di San Sperate di origine punica.


Ecco invece una statuetta di donna, con le caratteristiche fisiche accentuate perché in genere erano simbolo di fertilità e maternità. Le troviamo in molte culture antiche.


In questo momento il museo è in rifacimento e ha alcune aree chiuse, ma risulta comunque interessante. Ad esempio non sono esposti dei giganti, che dovrebbero essere presenti. Non fossi stata lontana, sarei andata a Cabras a vedere i giganti del Mont’e Prama, trovati nel 1974 appunto a Cabras. Sono antichi guerrieri della civiltà nuragica. In aeroporto a Cagliari è presente una riproduzione.

Uscita dal museo vago ancora un po’ per la città e poi mangio in un negozio di prodotti tipici fuori dalla folla di turisti. È veramente una città interessante ma io sono sfinita dal caldo. Nel pomeriggio, anche se il mio volo è stasera, mi dirigo verso l’aeroporto.

Scopro che tutti i treni che partono da Cagliari passano per l’aeroporto.

Mi aspettano un po’ di ore di attesa. Le passo leggendo, dormendo e guardando i negozi, coi loro prezzi folli da aeroporto. Ma soprattutto faccio un po’ di sana antropologia da aeroporto. Osservo i gruppi umani, guardo i comportamenti, sia stranieri che italiani (ma in fondo non siamo tanto diversi), ascolto le conversazioni assurde di alcuni. L’aeroporto è quello che Auge’ ha definito un non-luogo, perché le persone vi transitano senza costruire relazioni, almeno durature. È vero, le relazioni non sono sicuramente durature però si creano molte micro-relazioni create da piccole gentilezze, a volte piccoli conflitti o chiacchiere da coda prima dell’imbarco (ieri sera mi è capitato) che comunque non sono mai inutili.

Ieri sera per la prima volta nella mia esperienza l’aereo ha mancato l’atterraggio. Poi il comandante ci ha spiegato che era stata investita una volpe e quindi bisognava pulire la pista, facendoci fare quindi un giro in più sopra Mxp. Un pensiero per la povera volpe. Sigh.


BIBLIOGRAFIA

- Sardegna, The Passenger, ed. Iperborea, 2026. Consigliato caldamente, articoli molto interessanti e recentissimi sulla cultura, la storia, la politica, l’antropologia sarda.

- Marcello Fois, Memoria del vuoto, Einaudi, 2006 (lasciato in Sardegna al papà di Gabriella, grande lettore). È la storia della tigre dell’Ogliastra, uno dei più famosi banditi sardi, attivo da inizio 900 a dopo la seconda guerra. Un po’ romanzato ma abbastanza fedele alla realtà.

- Sardegna, numero speciale di Bell’Italia, ed. Mondadori, giugno 2026

- Giorgio Dell’Arti, America nuda e cruda, Garzanti, 2026 (questo non c’entra niente con la Sardegna, è una storia degli USA)

sabato 30 maggio 2026

Val Maira 30 maggio- 4 giugno 2026

30 maggio

 Finalmente riesco a venire a esplorare la Val Maira. Amici del Cai Varese hanno organizzato una 4 giorni in questa vallata del cuneese e finalmente posso godermi un giro escursionistico senza la preoccupazione di gestire 20 persone e tutto il circo annesso.

Questo è un mondo legato alla cultura occitana, che sicuramente ha a che fare coi territori di Italia e Francia, ma la rete mi dice anche Spagna. Il nome sembra derivare dalla lingua d’oc, che sembra risalire ai tempi in cui i trovatori andavano per le corti a cantare l’amore cavalleresco, mentre Dante scriveva in fiorentino.

Avevo conosciuto questi territori e questa antica cultura ai tempi del film Il vento fa il suo giro, di Giorgio Diritti, bellissimo ma molto amaro e con un finale crudele.

Il paesaggio che si percorre prima di entrare in Val Maira, cioè l’astigiano e il cuneese mi stupisce per la ricchezza e la vastità delle coltivazioni, prima di nocciole ( la Nutella!) e poi di frutta, soprattutto mele.

La porta d’accesso alla vallata è il paese di Dronero, con un  bellissimo centro e un ponte merlato molto pittoresco. Qui settimana prossima si tiene la fiera degli acciugai, perché qui il traffico delle acciughe di chi tornava in valle proveniente dalla pianura evidentemente rendeva. La cronaca ci dice che rendeva anche la vendita dei capelli delle donne, ovviamente non pagata ma barattata.

Arrivati al rifugio Campo base, nell’ultimo paese della vallata, prendiamo posizione nelle stanze ma poi partiamo subito. Nel pomeriggio in questi giorni arriva il temporale e vogliamo comunque fare un giro di 4 ore, l’anello della Rocca provenzale.

In anni di montagna io non ho mai visto una tale fioritura primaverile per varietà e quantità. Sulla strada in salita una sfilza di maggio ciondolo e poi una serie di ginestre. Sui prati una serie infinita di botton d’oro, genziane, anemoni, ecc.

Tornati in rifugio, doccia e si mangia alle 7 pm. La cena è abbondante e buona: antipasto, orecchiette al pesto di rucola, per gli altri lo stinco (!), per me delle polpette ai ceci e infine il dolce brownie.

Il nostro rifugio, ultimo presidio umano in fondo alla valle, ha anche il campeggio e ovviamente ci sono molti stranieri con camper e tende.


31 maggio

Sveglia alle 7, colazione e si parte. Il meteo nel pomeriggio non promette bene e dobbiamo anticipare la pioggia. Facciamo un avvicinamento in auto fino a 1378 metri poi partiamo. La prima parte di sentiero attraversa tre borgate, prima Chialvetta, poi Viviere (dove c’è un albergo diffuso) e Pratorotondo. A Viviere c’è anche una curiosa costruzione, denominata stars box dove probabilmente ci si sdraia di notte e si apre il tetto x vedere le stelle. L’albergo apre settimana prossima.



Il sentiero riprende la sua salita, a tratti più decisa, a tratti su carrozzabile e finalmente arriviamo al passo Gardetta, a metri 2437. Nel frattempo la valle si è allargata e troviamo anche parecchie postazioni militari. Durante la pausa pranzo le nuvole iniziano ad arrivare, quindi rinunciamo al giro ad anello che avevamo previsto e scendiamo per la via di salita.

Prima inizia con una pioggia innocente, poi all’altezza dell’ultima borgata si scatena un diluvio universale misto a grandine. Fortunatamente ci fermiamo sotto un portico dove restiamo bloccati per un’ora e mezza. Poi il temporale sembra esaurire la sua furia e possiamo tornare alle auto. Siamo riusciti comunque a fare la ns gita con un tempo magnifico.

Arriviamo in tempo per la doccia e la cena: un antipasto vegetariano molto originale, un bel risottino ai funghi, una mini parmigiana (per me) e un crème caramel. 

Domani il meteo dovrebbe essere buono ma da queste parti il temporale pomeridiano dobbiamo metterlo in conto.

1 giugno

La giornata parte dalle sorgenti del fiume Maira (qui sopra). Percorrendo il sentiero che ci porterà al passo della cavalla a mt. 2539 incontriamo una serie di laghetti. La gita di oggi è piuttosto frequentata. Oggi le previsioni sono buone e quindi le persone sono uscite di casa, molte di queste con il cane!!! Tantissimi di tutte le razze!

Dopo la pausa pranzo il gruppo si divide, metà chiude il giro ad anello, l’altra metà torna per la via di andata. Noi ci fermiamo ad un laghetto a fare un pediluvio.

Stasera abbiamo tempo per farci un veloce aperitivo prima di andare a cena. Qui si cena presto…

Per me antipasto di caprese, pasta e fagioli (un po’ salata ma ottima), non mi ricordo il secondo e una panna cotta ottima.

Ogni sera io e Rosi ci prendiamo una tisana. Abbiamo scoperto che hanno tisane di ottima qualità che conciliano il sonno… o almeno ci provano visto che ognuna delle ns due camere ha un ottimo tagliaboschi… i tappi sono d’obbligo ma non sempre bastano…

In rifugio è arrivato un gruppo di francesi molto giovani che poi scopriamo essere un gruppo d’élite dell’esercito francese che fa arrampicata. Una specie di super alpini ma del climbing.

Altra persona da ricordare il piccolo Cesare, bimbo di 10 mesi di una coppia di giovani italiani qui in tenda! A parte il coraggio di avere in tenda un bambino così piccolo, quell’esserino è la felicità personificata: sorride ogni volta che qualcuno lo guarda o gli dà una attenzione.

2 giugno

Ultimo giorno. Festa del 2 giugno, 80 anni della nostra Repubblica!!!

Abbiamo a disposizione solo la mattina, quindi partiamo a piedi dal rifugio in direzione cascate di Stroppa. Oggi le previsioni sono incerte. Arriviamo a metà della cascata e poi decidiamo di tornare indietro. Le nubi incombono. Abbiamo già dato in questi giorni è un temporale possiamo anche evitarlo.


Poi il meteo ci darà torto, perché a parte due gocce due, non pioverà se non molto più tardi. Molti di noi sono comunque soddisfatti; i tre giorni sono stati molto vari e molto pieni, oltre che impegnativi fisicamente e possiamo tornare a casa. 


Prima di pranzo facciamo una visita al paese prima del rifugio, Chiappera, molto ben curato e ristrutturato in maniera sapiente.

Pranziamo al Campo base (non ho detto che il personale, oltre a essere molto giovane, è stato molto carino, disponibile e professionale), carichiamo le auto e si parte! La strada è lunga ma prima facciamo una sosta a Dronero. La speranza di alcuni (come me) è di trovare le acciughe. Ma i negozi sono tutti chiusi per il 2 giugno. Troviamo una pasticceria dove compriamo dei tipici dolci locali, i droneresi. Niente acciughe. Dobbiamo tornare il prossimo we quando c’è la fiera degli acciugai.

Si torna a casa convinti di aver scoperto una vallata non dico incontaminata ma ancora poco conosciuta e sicuramente fuori dall’overturism. La promessa è di tornare in inverno per fare scialpinismo.



giovedì 30 aprile 2026

Calabria coast to coast - 30 aprile 4 maggio 2026


Arriva la primavera e io e Nadia siamo pronte col nostro trekking primaverile targato CAI. Dopo l’Etna e la Sicilia del 2025, quest’anno andiamo di nuovo al sud ma in Calabria, in una regione che io non conosco affatto e che finalmente vedrò, o meglio attraverserò dallo Ionio al Tirreno, dal paese di Soverato a Pizzo. Come al solito siamo in 20, con alcune new entry rispetto ai soliti partecipanti come Camilla, Antonio e Raniero.

Il terrorismo psicologico diffuso dai giornali mi aveva fatto temere che non ci fosse più benzina x viaggiare in aereo. Ovviamente non è così. Il volo Ryanair parte in orario e arriva addirittura 15 minuti prima. Il ritiro bagagli è velocissimo, del resto l’aeroporto è grande come la stazione dei treni di Busto.

Recuperata la navetta, arriviamo alla stazione di Lamezia Terme. A prima vista questa città non sembra un granché… abbiamo un’ora prima del treno, che usiamo per fare la seconda o terza colazione. Qui ho la prima sorpresa della Calabria: il locale ha la macchinetta dove si mettono i soldi contanti per evitare che il personale maneggi appunto quell’insieme di… non so cosa che viaggia su una moneta. Voi direte…vabbè, sai che roba… x me è la prima volta che la vedo. La seconda novità è il treno intercity che ci porta a Soverato. Perfettamente puntuale e dotato anche di macchinetta del caffè e distributore di snack.

Soverato è una simpatica cittadina che si affaccia sul mare, dove sono più le case iniziate e non finite (anche se abitate) che quelle concluse e rifinite.

Dopo esserci sistemati in albergo, un’ora di cammino  ci porta in periferia e poi in un paese limitrofo presso la Cantina Merenda. Siamo su una collina da cui si vede, poco lontano, il mar Ionio. Sul versante il vigneto che siamo venuti a visitare. Ci accolgono il dottor Merenda, medico e proprietario della azienda, Enzo il sommelier e Irina, la donna bielorussa che fa la cuoca e forse altre mansioni nell’agriturismo.


Dopo averci spiegato il tipo di vitigno, di terreno, di clima, ecc. veniamo introdotti a quattro dei principali vini della azienda, un bianco, un rosato, un Merlot e un blend di tre vini diversi, accompagnati da un ottimo cibo preparato da Irina. Enzo cerca di farci percepire con l’olfatto un sacco di aromi; io sento un decimo di quello che lui attribuisce a quel vino ma il risultato è che i vini sono ottimi e alla fine lasciamo un bell’ordine di bottiglie che ci spediranno al nord.

Torniamo sui nostri passi in albergo e poi andiamo a cena in un ristorante davanti alla spiaggia (tutto pesce, ottima cena),  dove concludiamo la serata con un gruppo di suonatori/cantanti che cantano in una lingua straniera che probabilmente è calabrese.

A letto presto perché da domani si fa sul serio.



1 maggio
Soverato-Petrizzi-Chiaravalle  20 km, 780 mt dislivello

Oggi finalmente si parte. Questa notte ha fatto un bel temporale ma, quando usciamo dall’albergo, la pioggia sembra aver abbandonato i suoi tentativi di rovinarci la giornata… La partenza ufficiale è sulla spiaggia di Soverato dove c’è una grande scritta SOVERATO dove non si può non fare una foto del gruppo in partenza. 



I primi due km seguono il lungomare, passano anche dalla spiaggia, poi il sentiero si sposta un poco verso l’interno costeggiando una ferrovia fino ad una zona commerciale ed industriale. I colori del mare sono incredibili.  



Ad un certo punto la strada sale decisamente e si inoltra in un bosco che risale la collina. Un po’ alla volta incontriamo gruppi più o meno piccoli di camminatori. Oggi sono registrate 130 presenze sul cammino. Noi siamo il gruppo più numeroso. Giunti al passo Napoli (mi pare) da cui si gode una bellissima vista sul golfo, conosciamo Pietro che accoglie i turisti e spiega i segreti del cammino e dei suoi luoghi. Lo ritroveremo infatti più volte oggi. Saliamo ancora un  po’ e poi il sentiero, sempre dentro il bosco, inizia la sua discesa verso Petrizzi. Ma prima facciamo una piccola deviazione verso la stele di San Antonio, una enorme colonna orripilante su cui hanno messo una statua del santo. Qui ritroviamo Pietro che ci spiega la storia della stele.
Riprendiamo la discesa verso Petrizzi dove facciamo la pausa pranzo. Del resto sono già le due… qui ci fermiamo nella piazza principale dove campeggia un pioppo. Durante l’occupazione di Bonaparte tutti i paesi dovevano piantare un albero simbolo di libertà (?), in questo caso un pioppo. Di nuovo ci raggiunge Pietro che ci spiega la presenza della mezzalora, uno strumento per misurare ad es. il frumento. 
Scopriamo anche che in questa zona fanno delle bevande ricavate dal bergamotto.
Petrizzi inoltre colpisce per la sua militanza politica. Il paese è pieno di bandiere della Palestina e passiamo davanti alla casa del popolo, con foto del Che e di Berlinguer, e un cartello contro Trump e Nethanyau. 


La tappa si fermerebbe qui ma il nostro agriturismo si trova a Chiaravalle, 3 km oltre. È immerso dagli uliveti in una vegetazione rigogliosa, un paradiso. La temperatura è un po’ bassa e durante la cena accendiamo il camino…



2 maggio
Chiaravalle - San Vito sullo Ionio - Monterosso
21 km - 700 metri di dislivello 
Dopo una lauta colazione salutiamo Antonello e le donne che hanno cucinato per noi e iniziamo il nostro cammino. Dobbiamo perdere un po’ di dislivello per tornare sul sentiero del KCTC. Ci inoltriamo subito nella vegetazione. Ad un certo punto troviamo i resti di una stazione ferroviaria, la linea calabro-lucana detta anche littorina, in disuso da molto tempo.
A Nadia quest’anno è venuto il trip del canto e quindi ha deciso che il gruppo deve fare una versione di Fra Martino campanaro adattata al ns cammino… dopo aver elaborato una strofa, il gruppo canta rigorosamente diviso in uomini e donne. Nel testo compaiono qua e là Madonne (che sarebbe quello che vediamo nei momenti di massimo sforzo) e Sant’Antonio (quello visto due giorni fa). Concluso il canto, ci compare nel cortile di un frantoio una enorme statua di Cristo con le braccia aperte. Per la cronaca, rispetto al coro io mi dissocio…
La prima sosta di oggi è San Vito sullo Ionio. Facciamo una breve sosta al bar per il caffè (dove incontriamo un signore che ha lavorato 40 anni a Locarno e conosce tutti i ristoranti attorno a Varese) e ripartiamo.
Usciti dal paese una rapida salita su una strada asfaltata sotto il sole ci porta in alto su questa montagna che comunque raggiungerà l’altezza massima di 1000 metri. Ben presto la vegetazione diventa una bellissima faggeta dai verdi rigogliosi. Un po’ alla volta iniziano anche a comparire gli altri camminatori, più o meno quelli di ieri. Troviamo anche un gruppo che la sta facendo al contrario.
La pausa pranzo è un po’ raffazzonata. Dobbiamo fermarci in una radura, seduti per terra e con il sole che, invece dí scaldarci, si nasconde dietro un nuvolone. La pausa è per forza breve perché fa freddo. Chi l’avrebbe detto che qui in Calabria avrei sofferto freddo…
Una discesa lunga e ripidissima ci porta al paese di Monterosso, dove passeremo la notte.



3 maggio 
Monterosso- oasi del lago di Angitola- Pizzo Calabro
19 km- 500 mt dislivello 
La colazione è nello stesso bar dove abbiamo cenato. Devo dire che finora i ristoratori incontrati sono stati molto carini e disponibili. Non ci possiamo lamentare. 
Uscendo dal paese vediamo una targa accanto alla porta. Qui nel 1924 è nato tale Arnoldo Farina che ha fondato Unicef Italia. E infatti la sua via è dipinta a terra con giochi come il mappamondo e altri che ormai non fa più nessun bambino.



Oggi la prima tappa è l’Oasi del WWF del Lago di Angitola, a 7 km da Monterosso. Siamo nel Parco naturale regionale delle Serre, uno dei 4 parchi calabri dopo Aspromonte, Sila,  Pollino. Qui abbiamo appuntamento con Pino, un volontario del WWF che ci spiega le caratteristiche di questa oasi dal punto di vista delle piante e degli animali, ma con un taglio anche letterario e storico, passando da Virgilio a D’Annunzio, da Pascoli a Dante e citando le piante presenti nelle loro opere.


Ascoltarlo è un piacere e oggi ho scoperto molte cose che non sapevo, come il fatto che il corbezzolo è una pianta italica perché ha la foglia verde, il frutto rosso e il fiore bianco, oppure lo svasso, uccello perennemente acquatico, o che l’anguilla viaggia da qui al mar dei sargassi (presente quanto dista?!) x riprodursi e poi torna laggiù x morire. Salutiamo Pino e proseguiamo nell’oasi, in questo luogo paradisiaco dove il lago artificiale (c’è una diga alla fine del lago) assume dei colori incredibili.
Dopo l’oasi affrontiamo l’ultima salita del cammino che ci porta alla Rocca Angitola, dove ci sono dei pochissimi resti di un paese distrutto da un terremoto di metà del 1700 che ha raso al suolo tutti gli edifici della zona, motivo per cui la gente si è poi trasferita sulla costa. Da qui finalmente si vede il TIRRENO. 




Ci fermiamo per la pausa pranzo prima di affrontare la discesa verso Pizzo. Per prima cosa scopro che gli abitanti di Pizzo si chiamano Napitini. Pizzo è decisamente diversa dalla triste Soverato. È piena di gente e di turisti, molto vivace. Al castello facciamo l’ultimo timbro sul passaporto del camminatore (vi avevo parlato del passaporto?!) e ritiriamo il nostro Testimonium di questo cammino. Questo cammino ha un proprio passaporto che va preso a inizio percorso e poi timbrato ogni tappa per testimoniare che l’hai fatto. È un modo per finanziare l’associazione che manutiene il sentiero. Come primo premio del nostro cammino ci concediamo un tartufo, il dolce tipico di questa cittadina. Notevole. Poi conquistiamo l’albergo, anche questo non male e infatti ci facciamo un bagnetto in piscina. Cena e serata nella brillante piazza e poi meritato riposo.


4 maggio
Pizzo Calabro
Intanto siamo in provincia di Vibo Valentia, in partenza eravamo in provincia di Catanzaro.
Oggi la giornata è dedicata a questa turistica cittadina sulla costa. Abbiamo previsto la visita guidata, con la guida Beatrice, del castello di Murat che illustra, appunto, la storia della prigionia e della fucilazione di Gioacchino Murat, generale francese ed ex re di Napoli, qui imprigionato e ucciso nel 1815.
Poi prendiamo un fantastico trenino che ci porta alla chiesa di Piedigrotta, il secondo bene culturale della Calabria più visitato dopo i Bronzi di Riace.



Sembra sia stata fatta da alcuni naufraghi napoletani a fine ‘600, ma poi sono state aggiunte delle cose nel corso dei secoli, come due medaglioni che rappresentano Papa Giovanni XXIII e JFK. Questa nella foto invece è un’opera di un artista che si chiama Tressoldi.



Nel pomeriggio decidiamo di fermarci qui, quindi prima facciamo un ultimo pranzo di pesce nella piazzetta principale, un po’ di shopping di prodotti local e poi andiamo in spiaggia, alcuni a pucciare i piedi, altri a fare il bagno. Altri ancora non sono stufi di camminare e salgono nella parte alta del paese.



Verso sera prendiamo il nostro fantastico treno puntualissimo che ci porta a Lamezia Terme e poi il bus verso l’aeroporto.
Anche questa volta l’aereo arriva con 15 minuti d’anticipo e porta a casa un gruppo di camminatori e camminatrici contente, soddisfatte e grate a questo territorio per tutto ciò che ci ha dato in questi 5 giorni.