23-24 luglio
Complice la mia amica Gabriella, che col marito Antonello è tornata alle radici, abbandonando Busto Arsizio per andare a vivere nel paese di origine dei genitori, questa estate sono venuta a scoprire una zona della Sardegna che non conosco ma che era oggetto del mio interesse già da tempo, essendo la zona del Cammino Minerario di Santa Barbara (CMSB).
Ho recuperato un ostello a Gonnesa, a pochi km da Bacu Abis, il paese di Gabriella, che si chiama Brebei niedda che in sardo significa pecora nera. Mi piace!
È gestito da Maurizio che l’ha preso in gestione da circa un anno e sta cercando di rilanciarlo. Questo è il suo progetto da quando ha smesso di girovagare. Si trova nella parte alta del paese e sopra e sotto il piano in cui si trova, abitano delle suore, essendo un convento.
Arrivare qui è stato il viaggio della speranza. La prima cosa che ho imparato è che senza un’auto in Sardegna è meglio stare a casa…
Ieri sera sono arrivata all’aeroporto di Cagliari. Il numero verde dei taxi mi dice che non ci sono taxi disponibili e di contattare Uber. Uber ha dei prezzi folli, ma veramente folli!
Fortunatamente mi recupera la signora del b&b. E così riesco ad andare a letto a un’ora decente.
Questa mattina avevo prenotato la visita del sito del Fai, le saline Conti Vecchi. Ma i mezzi pubblici non arrivano e arrivare con Uber mi sarebbe costato, ogni viaggio, circa 40€.
Quindi mollo il sale del Fai e prendo il treno per Decimomannu. Poi un autobus per Iglesias e, dopo una passeggiatina sotto il sole per arrivare alla fermata, un altro bus per Gonnesa. Ma non è finita. Arrivata in questo paese devo raggiungere il mio ostello che è nella parte alta e quindi devo affrontare col trolley una super salita. Finalmente arrivo in questo posto molto accogliente con un gestore, Maurizio, molto motivato. La mia camera è molto carina e si affaccia sulla vallata; in fondo si vede il mare.
Prima di partire mi ero fatta l’idea di poter girare in bicicletta, ma la mia idea si è infranta con la realtà. Questa zona è molto montuosa e caratterizzata da rilievi. Oggi sono andata in spiaggia, la famosa spiaggia di Plagemesu, in bicicletta e i tre km mi sono sembrati, sotto il sole, dieci. Il ritorno, peggio, soprattutto perché non trovavo la strada giusta. Domani credo che prenderò il bus x andare in spiaggia…
Stasera mi sono trattata bene e ho fatto la prima cena in terra sarda in un ristorante che si chiama S’anninnia, che significa ninna nanna più o meno. Ho mangiato veramente bene! Ad un prezzo che noi del nord ce lo scordiamo…
25 luglio
Questa mattina ho deciso di andare in spiaggia usando un fantastico bus con aria climatizzata.
La spiaggia è piuttosto grande quindi mi posiziono senza troppi disturbi attorno ma neanche isolata. Devo dire che il mondo della spiaggia non è troppo fastidioso. Però è sicuramente curioso. Arrivano tutti con un super carrellino in cui ci sono almeno due ombrelloni, sedie da spiaggia, borse frigor… insomma tutto ciò che serve x starsene in spiaggia tutto il giorno… ma anche solo tre ore.
Non avere l’ombrellone, debitamente bloccato al terreno con un cavo per non farlo volare, è impossibile.
Io, che l’ombrellone non ce l’ho, resisto fino alle 11.30 e poi mi rifugio al bar. Il bus delle 12.30 mi riporta a Gonnesa. Trovo un bellissimo negozietto di prodotti artigianali, soprattutto filigrana d’argento, e faccio un po’ di shopping.
Nel pomeriggio mi ritrovo con Gabriella e Antonello che, da maggio, si sono stabiliti definitivamente a Bacu Abis nella casa della famiglia di Gabriella, di origine sarda.
Prima andiamo al Villaggio Norman, quello che è rimasto del villaggio afferente alla miniera San Giovanni. È rimasta la casa del direttore di quella miniera e un altro edificio che ero lo spaccio per i minatori, unica loro fonte di approvvigionamento.
Da questi parti le miniere prosperarono tra le due guerre. Si cercò di rilanciarle dopo la seconda guerra mondiale ma non funzionò e quindi molti migrarono nel continente.
Lasciato il villaggio ci dirigiamo verso Nebida dove c’è una bellissima passeggiata che si affaccia sul Pan di zucchero, il faraglione più grande del Mediterraneo. Poco più avanti raggiungiamo l’ingresso di Porto Flavia. Stasera non c’è più tempo per visitarlo ma ritorneremo perché è un posto molto suggestivo. Nella foto qui sotto si vede il Pan di zucchero e si intravede una torretta del Porto Flavia.
Riprendiamo la fantastica strada panoramica che collega Porto Flavia alla spiaggia e torniamo verso Gonnesa.
Da questo sentiero si vedono sotto, a livello del mare, i resti della laveria Lamarmora, dove lavoravano le donne che facevano il “triage” al materiale estratto dalla miniera, cioè facevano una selezione di quanto estratto e poi lo lavavano.
26 luglio memorie dal sottosuolo
Oggi il cielo è nuvoloso e quindi cambio programma. Prendo un autobus in direzione Carbonia dove voglio vedere due cose. La prima è il museo del Carbone, creato all’interno della Grande Miniera di Serbariu, nata nel 1936 in piena epoca fascista.
A causa dell’invasione italiana dell’Etiopia la Società delle Nazioni sanziona l’Italia, che quindi deve recuperare le materie prime internamente, sul proprio territorio, come ad esempio il carbone qui in Sardegna. Ecco quindi l’investimento su questo territorio e la fondazione della città di Carbonia, il cui nome ricorda altri nomi di nascita fascista (come Littoria, ora Latina) e la cui architettura razionalista è appunto tipica di quel periodo.
La giornata stava partendo male. Appena arrivata in biglietteria scopro che tutte le visite guidate sono piene. Discuto un po’ con l’addetta dei biglietti (odiosa). Mentre me ne vado mestamente, controllo il sito e scopro che la visita guidata in francese ha posti. Torno indietro, la tipa simpatica cerca di scoraggiarmi, prima mi dice che forse è piena, si vede che non vuole vendermi il biglietto… alla fine non può fare altro. E dopo mezz’ora entro coi francesi. La mia comprensione del francese è talmente buona che tutto quello che scrivo qui su questo sito l’ho sentito in francese.
Del museo oggi è visitabile solo la parte nel sottosuolo, che è ovviamente la più interessante. Da qui la citazione di Dostoevskij. Indossato il caschetto, dopo la spiega iniziale si scende.
Questa miniera aveva otto livelli e il numero delle persone impegnate qui dentro era notevole. Carbonia in quegli anni è arrivata ad avere 50mila abitanti, oggi sono la metà.
Purtroppo la gente moriva per crolli o per la silicosi. Qui venivano anche portati gli oppositori politici. Il nostro simpatico duce li obbligava a lavorare in miniera. Tutti gli altri lavoratori erano obbligati ad avere la tessera del partito fascista.
La guida dice che di miniere di carbone adesso in Europa ce ne sono 27 in Polonia, il paese europeo attualmente più minerario. Altrimenti bisogna andare in Cina ma anche in Australia.
In Italia dopo questa, che era la più grande, c’è quella di Nuraxi Figus, anche lei nata negli anni ‘30 e rimasta operativa fino al 2019.
Dopo più di un’ora di visita “uscimmo a riveder le stelle”. Fa un caldo boia e io mi incammino verso il centro città, ad almeno un km ma forse più, per cercare qualcosa da mangiare. Ma scopro che Carbonia è una città fantasma. Non c’è in giro NESSUNO, ma proprio nessuno e non c’è un bar aperto, ma proprio neanche uno. Capisco perché ad un certo punto un’auto dall’accento milanese mi chiede dove si trovi il Mac. Sul momento rido loro in faccia per la domanda assurda… poi capisco che probabilmente è l’unico esercizio aperto la domenica mezzogiorno.
La seconda meta sarebbe stato il museo archeologico di Villa Sulcis ma ovviamente chiude alle 13 e riapre alle 16, come tutto qui in Sardegna. Quindi ci rinuncio. Attraverso di nuovo sotto il sole questa città surreale e torno in stazione dove fortunatamente c’è un autobus che parte dopo poco.
Questa sera mi consolo col mio ristorante preferito, visto che non ho neanche pranzato…
Comunque immergersi nella storia mineraria di questo territorio ma soprattutto dei suoi abitanti e di chi è vivo e morto facendo questo lavoro pericoloso e faticoso è stato molto suggestivo e anche commovente.
E poi tutto in francese!
Il nonno di Gabriella ad esempio faceva le scarpe per i minatori. Finita l’era delle miniere ha potuto riciclare il suo lavoro. Per molti non è stato così. Un altro nonno invece dapprima faceva il carichino, cioè quello che piazzava la dinamite; in seguito fu messo a pompare l’acqua quando incontravano una falda acquifera. Morì di silicosi. A causa anche di ciò le falde si sono esaurite. A proposito di acqua il papà di Gabriella mi dice che, adesso che hanno costruito dei bacini artificiali, l’acqua in Sardegna non manca.
Qui sotto è il muro dove vengono simbolicamente rappresentati i minatori; qui ritiravano l’attrezzatura prima di scendere nelle viscere della terra.
27 luglio
Questa mattina vado con Gabriella, il marito Lello e il padre in spiaggia. Ha iniziato a spirare il maestrale da nord ovest. Quindi non c’è più il vento caldo di ieri ma il mare è molto mosso e c’è bandiera rossa.
Il pomeriggio è invece dedicato a Porto Flavia, un sistema ingegneristico scavato negli anni 20 nella roccia che serviva a caricare il materiale proveniente dalle miniere sulle navi, che poi veniva portato nelle fabbriche x essere lavorato.
C’è tutto un sistema di cunicoli e, una volta, di binari e vagoni che riversava il materiale su nastri che poi, da un braccio che fuoriusciva sul mare, cadeva nella nave. Si chiama Porto Flavia perché la figlia dell’ingegnere italiano che lo progettò si chiamava così.
Davanti alla struttura c’è il faraglione Pan di Zucchero. Esperienza molto interessante.
Stasera proverò ad addentrarmi nelle iniziative estive di Gonnesa per sperimentare la vita dei paesi sardi d’estate. Ieri sera suonava un gruppo hard rock, ma io non mi sono mossa dalla mia camera. Stasera chissà…
28 luglio
Per chiudere l’esperienza di ieri sera con la vita sociale del paese… l’animazione era costituita da un gruppo che suonava cover dignitose e da tre/quattro bancarelle tristissime che vendevano cose invendibili.
Oggi giornata al mare. Il maestrale soffia molto forte, quindi la bandiera è ancora rossa ma il caldo è più sopportabile. Io comunque ad un certo punto, non avendo l’ombrellone, mi rifugio nel cono d’ombra della torretta del salvataggio. Pranzo in un ristorantino in riva al mare.
Per la serata ho invece organizzato la visita al nuraghe più vicino a Gonnesa, il nuraghe Seruci. Devo arrivarci in bicicletta quindi mi metto di buona lena e parto. Dista 5 km e mezzo ma, anche se sono le sei di sera, la strada è tutta in salita, sotto il sole e con il vento contro. Arrivo che sono morta!
Siamo solo io e la guida. Questo è solo uno di tanti nuraghi dislocati in tutta la zona di Gonnesa, come tutti collocati nell’età del Bronzo. La posizione infatti domina tutta la pianura e permette di controllare il mare, in direzione Sant’Antioco e isola di San Pietro. Commerciavano sicuramente coi Fenici ma si sono trovati resti riconducibili a Cipro. Qui hanno iniziato a scavare a fine ‘800 e poi hanno ripreso negli anni ‘70, scoprendo che attorno al corpo centrale, una specie di castello nuragico tutto in pietra, a più livelli fino a raggiungere 24 metri di altezza, c’erano almeno un centinaio di case, di cui sono rimasti molti muri perimetrali. Essendo costruzioni costruite a tholos, quindi con pietre sempre più concentriche verso l’interno, come la foto qui sotto, si è potuto arrivare a capire l’altezza raggiunta da questi edifici.
Di questa cultura col tempo si è iniziato a capire sempre più, sia della struttura sociale che di come vivevano, ma mancando la scrittura molte cose non si capiranno mai.
Dopo la visita è previsto un aperitivo, un bicchiere di bianco di una cantina della zona, accompagnato con pane carasau, olive e formaggio sardo.
Complice il fatto che la strada è ora tutta in discesa, il rientro fatto nell’ora del tramonto tra queste colline di macchia mediterranea è molto piacevole.
Oggi ho avuto ancora più la conferma che la Sardegna è un territorio che ha una storia antichissima, purtroppo poco studiata (almeno nelle scuole ordinarie) e poco conosciuta, anche da noi italiani. Abbiamo avuto una cultura che, pur senza aver prodotto né una scrittura né una moneta, ha lasciato moltissimi segni in tutta l’isola e ha comunicato con molte altre culture mediterranee, molto ma molto prima dell’impero romano.
29 luglio
Oggi il vento è calato (ed è tornato il caldo torrido) e quindi si può tornare in spiaggia e soprattutto a fare il bagno tranquillamente.
Nel pomeriggio sono d’accordo con Gabriella e Antonello per andare a Iglesias. È una città molto carina, con un centro storico chiuso al traffico e ordinato, circondato dalle mura costruite dai pisani nel 12 e 13 secolo. La zona pedonale offre molti negozi particolari e originali, molti dei quali vendono prodotti di artigianato come stoffe, ceramiche o gioielli.
Io ne approfitto per fare un po’ di shopping. Entriamo in un negozio di artigianato dove compro una bellissima gonna con una stampa di libri e ci mettiamo a chiacchierare con il gestore, un uomo di Modena trasferito qui da una decina d’anni, che nel tempo libero fa spettacoli come drag queen, …incredibile a dirsi ma qui in Sardegna fanno anche spettacoli con drag queen.
Stasera in città c’è un incontro con Carlo Lucarelli. Iglesias in effetti appare vivace. Ho scoperto che in questi anni la Sardegna ha prodotto un numero esorbitante di festival letterari, non tutti di un livello accettabile, ma comunque tantissimi, oltre la media nazionale.
Sulla via del ritorno ci accompagna una luna piena arancione.
30 luglio
La giornata di oggi inizia con un pullman e un traghetto. La meta è l’isola di San Pietro e soprattutto l’abitato di Carloforte, la cui storia è già unica. La cittadina nasce infatti nel 1738 quando arrivano delle persone, adesso chiameremmo rifugiati? Migranti economici? Che provengono da Tabarka, un’isola della Tunisia, dove si erano stabiliti molto prima per raccogliere il corallo, provenendo da Genova, e dove ora in parte non sono più graditi in parte il corallo sembra finito.
Re Carlo Emanuele di Savoia (da qui Carloforte) concede loro questa isola. Di tutta questa storia sono rimasti il legame con Genova (presente sotto forma di focaccia e di gemellaggio), il legame con l’Africa (presente in alcuni nomi arabeggianti e nella presenza del couscous in cucina) e la lingua tabarchina. Oggi più volte mi è capitato di sentirla parlare nei negozi; assolutamente incomprensibile ma stanno facendo di tutto per conservarla.
Carloforte è una cittadina che si affaccia sul mare e sul porto, molto colorata, pulita e ordinata. Oltre al lungomare, ha una bellissima piazza centrale, piazza Repubblica, ai cui angoli ci sono 4 piante enormi che fanno ombra. Faccio un po’ di shopping, tra cui il costosissimo tonno rosso, tipico di questi mari e di queste tonnare. Per il pranzo invece mi affido al couscous di una gastronomia.
Ero indecisa su come riempire il pomeriggio. Appena scesa dal traghetto vedo un chiosco e mi si accende una lampadina: un tour in barca attorno all’isola. Come ho fatto a non pensarci?! L’ho sempre fatto gli anni in cui andavo con gli amici in un’isola tutta da conoscere. Prenoto il giro dell’isola in gommone per le 3 pm. Il tour dura 4 ore, quindi mi fiondo in una farmacia a prendere la Xamamina, che prendo prontamente prima di salire.
Siamo in 14 su un gommone bello grande. Luca è lo skipper, sub della protezione civile, che ci illustra la storia dell’isola, ci fa notare le conformazioni geologiche della costa, soprattutto legate alla sua origine vulcanica, e si addentra in molte grotte che offre l’isola. E poi ci prepara anche uno spuntino con vino bianco e paté di tonno. Sostando davanti alla tonnara, ci spiega il tragitto che fa il tonno prima di arrivare qui, e siccome nuota velocemente, viene chiamato tonno di corsa. Giuro! Il tonno rosso di queste zone è molto ambito dai giapponesi, tanto che l’80% del pescato viene comprato da loro. A differenza della mattanza di Favignana, dove il tonno viene infilzato e il mare si colora di rosso, qui prima fanno uscire i tonni giovani poi - se non ho capito male - vengono tolti dall’acqua e quindi muoiono asfissiati. Ovviamente qua e là facciamo delle soste per il bagno.
31 luglio
Oggi è il giorno del ritorno. Anche se ho il volo stasera, decido di partire al mattino. Primo perché posso prendere un bus che mi porta a Cagliari senza cambi, e così non faccio il viaggio della speranza che ho fatto all’andata. Secondo, voglio visitare Cagliari.
Lasciato il bagaglio in stazione mi incammino x la città e anche qui mi ritrovo subito a salire perché la mia meta è nella parte alta della città. Il caldo e l’umidità sono folli…
Voglio visitare il museo archeologico di Cagliari, situato in un bel complesso museale. Il museo ripercorre la storia della Sardegna, dalla cultura nuragica nell’età del bronzo fino a quella del ferro (dal 1500 a.c. circa), i rapporti commerciali con altre culture, soprattutto i Fenici, fino all’arrivo degli antichi romani.
Molto curiosa la maschera ghignante di San Sperate di origine punica.
Ecco invece una statuetta di donna, con le caratteristiche fisiche accentuate perché in genere erano simbolo di fertilità e maternità. Le troviamo in molte culture antiche.
In questo momento il museo è in rifacimento e ha alcune aree chiuse, ma risulta comunque interessante. Ad esempio non sono esposti dei giganti, che dovrebbero essere presenti. Non fossi stata lontana, sarei andata a Cabras a vedere i giganti del Mont’e Prama, trovati nel 1974 appunto a Cabras. Sono antichi guerrieri della civiltà nuragica. In aeroporto a Cagliari è presente una riproduzione.
Uscita dal museo vago ancora un po’ per la città e poi mangio in un negozio di prodotti tipici fuori dalla folla di turisti. È veramente una città interessante ma io sono sfinita dal caldo. Nel pomeriggio, anche se il mio volo è stasera, mi dirigo verso l’aeroporto.
Scopro che tutti i treni che partono da Cagliari passano per l’aeroporto.
Mi aspettano un po’ di ore di attesa. Le passo leggendo, dormendo e guardando i negozi, coi loro prezzi folli da aeroporto. Ma soprattutto faccio un po’ di sana antropologia da aeroporto. Osservo i gruppi umani, guardo i comportamenti, sia stranieri che italiani (ma in fondo non siamo tanto diversi), ascolto le conversazioni assurde di alcuni. L’aeroporto è quello che Auge’ ha definito un non-luogo, perché le persone vi transitano senza costruire relazioni, almeno durature. È vero, le relazioni non sono sicuramente durature però si creano molte micro-relazioni create da piccole gentilezze, a volte piccoli conflitti o chiacchiere da coda prima dell’imbarco (ieri sera mi è capitato) che comunque non sono mai inutili.
Ieri sera per la prima volta nella mia esperienza l’aereo ha mancato l’atterraggio. Poi il comandante ci ha spiegato che era stata investita una volpe e quindi bisognava pulire la pista, facendoci fare quindi un giro in più sopra Mxp. Un pensiero per la povera volpe. Sigh.
BIBLIOGRAFIA
- Sardegna, The Passenger, ed. Iperborea, 2026. Consigliato caldamente, articoli molto interessanti e recentissimi sulla cultura, la storia, la politica, l’antropologia sarda.
- Marcello Fois, Memoria del vuoto, Einaudi, 2006 (lasciato in Sardegna al papà di Gabriella, grande lettore). È la storia della tigre dell’Ogliastra, uno dei più famosi banditi sardi, attivo da inizio 900 a dopo la seconda guerra. Un po’ romanzato ma abbastanza fedele alla realtà.
- Sardegna, numero speciale di Bell’Italia, ed. Mondadori, giugno 2026
- Giorgio Dell’Arti, America nuda e cruda, Garzanti, 2026 (questo non c’entra niente con la Sardegna, è una storia degli USA)














































