giovedì 6 aprile 2023

Via degli dei - 6-11 aprile 2023

Bologna-Firenze 136 km, dislivello +4300 circa

Dopo la Pasqua dell’anno scorso è tornata la tradizione di fare un viaggio/cammino (che in passato è stato anche una biciclettata), appunto nel periodo pasquale. Del resto il clima ci dice instancabilmente e indelebilmente che sarà sempre più difficile fare un cammino in estate, a meno di andare in quota. Ecco quindi l’idea di proporre un itinerario per la Pasqua 2023 tra i più gettonati in Italia e tra i miei desiderata da tempo: la via degli dei che collega Bologna a Firenze.

Quest’anno i compagni di viaggi sono Carlotta e Damiano, inaspettatamente diventati appassionati di cammini, e Federica, amica ed ex collega insegnante.

Innanzitutto diciamo che la via degli dei trova le sue origini nell’antica epoca romana, quando i romani nel 187 a.C. Ripresero una via etrusca e la sistemarono chiamandola Flaminia militare, per collegare Arezzo a Roma attraverso gli Appennini.

Riscoperta negli anni ‘80 da escursionisti bolognesi ma - ci dicono i locali - ancora prima da tedeschi che passavano di qui alla scoperta di questi territori.



1 tappa: Bologna- Badolo  25 km, dislivello +800 mt.

La prima tappa parte dal centro di Bologna, subito dopo aver recuperato la credenziale del cammino che testimonierà di averlo fatto tutto, e precisamente da piazza Maggiore davanti alla cattedrale di San Petronio. Dopo esserci allontanati dal centro, usciamo da Bologna e imbocchiamo il porticato di San Luca, lungo circa 4 km e ora riconosciuto Patrimonio dell’Unesco, alla fine del quale si giunge alla chiesa di San Luca, posta su una collina che domina la città. Gli archi del portico sono 666 come il numero del diavolo, dice la guida… qui si teneva un tempo una lunga processione. L’interno della chiesa non è un granché ma la vista dal giardino prospiciente è notevole.



Dopo una breve sosta (in cui dimentico gli occhiali da vista sulla panchina…) ripartiamo in direzione Casalecchio di Reno. Il sentiero scende velocemente e ci porta al Reno che costeggiamo per un po’ di km.

Nel frattempo abbiamo già incrociato molti camminatori (mi viene da chiamarli pellegrini anche se questo non è un cammino religioso), quasi tutti ragazz* in età universitaria. Dopo aver attraversato un’oasi ( in cui io trovo un paio di occhiali da vista, più belli dei miei che mi vanno benissimo per leggere da vicino con le lenti), facciamo una piccola deviazione per vedere il ponte di Vizzano, un ponte molto bello di inizio ‘900, fatto costruire da una maestra che voleva che i suoi alunni andassero a scuola senza impedimenti, come ad esempio le piene del fiume.



Dopo un tratto su asfalto ritorniamo sullo sterrato e la strada inizia a salire in maniera costante. La tappa finisce sulla cima di un colle. Nel frattempo attorno si stendono le colline bolognesi. Ad un certo punto vediamo il cartello Nova arbora, il nome del ns agriturismo, una bella casa immersa in un giardino botanico. Anche gli interni non tradiscono la bellezza esterna e il contesto è decisamente rurale.

Ma la sorpresa di oggi sarà la cena. Abbiamo scelto una Hostaria a circa un km e mezzo da dove dormiamo. Alla modica cifra di 3€ ci facciamo accompagnare e venire a prendere. Antipasti tipici bolognesi (simil gnocco fritto), primi e dolci fatti in casa. Una cena superba, degna di questa tappa che si è allungata più del previsto.

Clima oggi caldo, solo a tratti fresco. Assenza di nuvole.

Qui all’uscita del primo agriturismo.

2 giorno: Badolo- Madonna dei fornelli 28 km. Dislivello +1200

La prima parte di questa tappa ci porta alla famosa Roccaforte del Pliocene, una conformazione di roccia posta in mezzo alla vallata che parte da Sasso Marconi per 15 km. Tra i 2 i 5 milioni di anni fa qui c’era il mare, un clima tropicale e la Pianura Padana era ben lontana dal formarsi. Adesso c’è questa roccia a cui è stato dato il nome di Monte Adone. Si chiama Riserva Naturale Contrafforte Pliocenico. Il monte Adone è alto 655 metri e spazia sulla valle da cui arriva il rumore della autostrada. Questo e altri monti, come il monte Venere, portano il nome di antiche divinità ed è il motivo per cui a questo cammino è stato dato il nome di via degli dei.


Il sentiero che porta alla cima è piuttosto ripido e quindi abbastanza velocemente si percorrono i 300 mt di dislivello. Dalla vetta si scende di nuovo a valle per raggiungere il paese di Monzuno. Usciti dallo sterrato molti si fermano alla fermata del bus per evitare l’asfalto o perché sono visibilmente provati. Noi invece siamo duri e puri e percorriamo faticosamente gli ultimi 5 km che ci separano dalla nostra pausa pranzo. Arriviamo abbastanza provati ma siamo solo al sedicesimo km. Ci infiliamo nel primo ristorante che troviamo (non che ce ne siano tanti) e sembriamo catapultati negli anni ‘60, forse anche in un libro di Guccini-Macchiavelli. A parte un gruppo di ragazzi americani, gli altri sono tutti anziani del villaggio che usano pranzare all’osteria. Li si sente discutere in dialetto dei più svariati argomenti.

Usciti da Monzano affrontiamo un tratto veramente bello del cammino che ci porta dapprima in una zona di castagni. Qui queste piante sono molto diffuse perché una volta la farina di castagne era un sostituto valido della farina di mais o grano. Il sentiero continua a salire verso un monte con una terribile antennona, poi di nuovo discende alla località Croci, all’altezza di un parco eolico e di nuovo risale verso la ns destinazione che è Madonna dei fornelli. Questo è un paesino che probabilmente è tornato a vivere solo grazie al passaggio della via degli dei che qui ha una sosta molto frequentata.

Dopo vari tentativi di trovare un ristorante tipico siamo obbligati a mangiare nel ristorante del ns albergo, classico albergone anni ‘60. Nel gruppo io sono quella che ha rivalutato questo posto perché ha un sacco di pregi, anche se datato. Oggi con la cucina però non ci abbiamo azzeccato tanto, quindi a cena ci organizziamo per prenotare per i giorni successivi presso alcuni ristoranti interessanti.

Questa mattina abbiamo stabilito che Damiano è il ns maschio alfa perché ci apre le confetture al mattino a colazione. Invece Carlotta è la ns referente portale. Abbiamo una app che ci serve per seguire bene il percorso quando è un po’ incerto, anche se in genere è ben segnalato. Questa app, in alcuni punti significativi del cammino definiti portale, fornisce alcune informazioni storico- culturali su quel luogo. Noi però, quando Carlotta urla “il portale, il portale”, pensiamo sempre che all’improvviso si apra una porta che ci conduce in un’altra dimensione spazio temporale.



3 giorno: Madonna dei fornelli - Passo della Futa 15,5 km - dislivello +660
Iniziamo col dire che il ns maschio alfa questa mattina è diventato maschio omega: gli fa male un mignolino, non ha dormito parte della notte, alterna il raffreddore allergico a quello normale, insomma una chiavica… 
inoltre dobbiamo spiegare perché si chiama Madonna dei fornelli. Sembra che qui in passato ci fossero carbonai che facevano, appunto, il carbone. Ma ora partiamo.
Oggi è giornata scialla dopo la tappa di ieri, quindi colazione e partenza con calma…
Usciti dal paese si inizia a salire ma, come tutto il cammino, sarà un sali-scendi che, dopo poco più di 6 km ci porta ad un cippo che segna il confine tra Emilia e Toscana. 


Qui il paesaggio cambia e, tranne alcuni pezzi con conifere, il resto è tutta una immensa e bellissima faggeta, costellata da chiazze gialle di primule presenti in quantità industriale. 
Subito dopo il confine, in località Capannone, troviamo un signore che vende prodotti di prima necessità per viandanti. Compro una mela. 



In seguito, dopo una ennesima risalita, arriviamo al punto più alto dell’intera via degli dei, in località Banditacce a quota 1204. Qui c’è una campanella che la nostra ‘donna portale’ prontamente suona.


La tappa di oggi incrocia in più punti la via Flaminia Militare (di cui vi ho già parlato). Aggiungo però che è stata scoperta nel 1979 da due archeologi dilettanti. Nella foto qui sotto si intravedono i basolati romani sotto di noi.


Il pezzo toscano della tappa attraversa un territorio per nulla antropizzato e molto lontano da strade e in effetti la differenza rispetto al tratto emiliano si vede. L’unico neo è il passaggio di alcune moto-cross.
Quando ci avviciniamo al Passo della Futa, la nostra meta di oggi, si inizia a sentire un po’ di traffico e un po’ di moto ruggenti.



Raggiungiamo il nostro camping dove ci attende una bellissimo bungalow con una veranda che si affaccia sulla vallata. Non è proprio caldissimo ed è fornito solo di una stufetta microscopica.
Oggi il clima è a tratti assolato e a tratti nuvoloso, ma tendenzialmente freddo. E il freddo sarà il problema di questo soggiorno in bungalow.
Lasciato lo zaino, andiamo a visitare un cimitero tedesco a mezzo km dal campeggio. Questo è il più grande dei tanti cimiteri militari tedeschi costruiti in Italia negli anni ‘60. Questo sito si trova in territorio tedesco e c’è un reparto apposito che si occupa della manutenzione e che proviene ogni volta dalla Germania. È posto in una posizione bellissima davanti alla vallata e si conclude in cima con un monumento fatto a forma di guglia. Sono sepolti 30683 soldati, morti tra il ‘44 e il ‘45 sull’Appennino e recuperati successivamente dalle sepolture provvisorie sparse nella zona. Qui del resto siamo anche nella zona della Linea Gotica, l’ultimo tentativo dell’esercito tedesco di fermare gli alleati che arrivavano da sud, obbligando forzatamente le popolazioni locali a collaborare.
Nei volantini presenti in loco si legge l’intento di questi monumenti di essere un punto di partenza per la riconciliazione e l’amicizia tra popoli un tempo nemici.


Stasera ci aspetta la prima delle cene con cui dobbiamo recuperare la cucina un po’ approssimativa di ieri. Ma siamo in Toscana e quindi il menù cambia.
Per quanto mi riguarda l’esperienza della ristorazione toscana è stata pessima e non mi ha riconciliato per nulla. È quasi tutto esclusivamente carnivoro e la cameriera, invece di propormi qualcosa di alternativo, mi dice in maniera sbrigativa: spaghetti al pomodoro. Come direbbe una mia collega di inglese: bad vibes!

4 tappa: Passo della Futa- San Piero a Sieve km. 25,5 - dislivello +400 -1100 mt
La tappa di oggi si rivela più lunga di quanto ci aspettassimo. La maggior parte dell’itinerario si svolge dentro una faggeta infinita, bella ma dopo un po’ sempre uguale. Il meteo continua ad essere incerto e soprattutto ad essere caratterizzato dal freddo che ci seguirà fino a quando quasi non giungeremo alla meta. Sul sentiero alcune pietre con articoli della ns Costituzione.



Oggi i ragazzi sono tanti sul percorso e crediamo che buona parte giungerà a Firenze già domani.
Ad un certo punto ci fermiamo e ci dedichiamo al ns pranzo di Pasqua, costituito da (nel mio caso) il solito panino con mozzarella e pomodoro, da una piccola colomba e da un coniglietto di cioccolato della Lindt. Riprendiamo a camminare…


Dopo ancora un po’ di bosco finalmente se ne esce e ci si apre davanti un classico paesaggio toscano. Siamo nella zona del Mugello e si sente spesso rumore di motori sullo sfondo. Evitiamo il paese di Sant’Agata e facciamo gli ultimi 4 km su asfalto, attraverso però campi dai colori verdi più disparati e filari di cipressi sparsi qua e là. È un paesaggio veramente bucolico.


A San Piero ci accoglie Cosimo che gestisce il ns b&b. Personaggio interessante oltre che girovago del mondo. Ci racconta che questo è sempre stato il territorio dei Medici e infatti, sulla collina che sovrasta il paese, c’è una loro roccaforte, in restauro.
A cena finalmente ho modo di riconciliarmi con la cucina toscana. Primo, perché le cameriere cono gentili. Secondo, perché posso finalmente mangiare un piatto decente senza carne, in particolare i ravioli mugellesi ripieni di patate, prezzemolo e altro.
Dopo cena, davanti a una bella tisana, programmiamo gli ultimi due giorni, visto che il b&b di domani ci porta necessariamente un poco fuori dal cammino e quindi poi dobbiamo rientrare senza fare km inutili o troppo asfalto.

5 tappa: San Piero a Sieve- Bivigliano (Viliari) km. 21, dislivello +850
Dopo colazione salutiamo Cosimo; nel frattempo abbiamo scoperto che da ragazzo ha fatto l’attore in alcuni film e poi si è dato al teatro.
Uscendo da San Piero, mentre allestiscono un mercato dell’antiquariato e recuperiamo un panino per la pausa pranzo, iniziamo a salire e costeggiamo la fortezza medicea in fase di restauro da tempo. Dopo un’oretta ne raggiungiamo un’altra, meglio conservata, con un bellissimo torrione, il Trebbio.



Davanti abbiamo la bellissima vallata con il nostro sentiero che risalta con la sua striscia ocra.
Poco dopo troviamo una tenerissima bambina con la sua nonnina che con il suo blocchetto chiede ai viandanti da quale paese provengono.
Ecco l’ultima salita del nostro cammino (poi scopriremo che non è affatto così…) che ci porta sul monte Senario dove si trova un bel convento. Qui più o meno tutti facciamo la pausa pranzo e anche qualcuno venuto in auto per la Pasquetta. Non si vede però nessuna griglia nei dintorni.
Dopo aver preso il liquore fatto dai monaci di questo convento, usciamo dal sentiero perché dobbiamo raggiungere Bivigliano nella località di Viliani, dove c’è il nostro b&b di Massimo. È posto in una bella posizione assolata tutto il pomeriggio e noi, essendo arrivati presto, ne approfittiamo per scaldarci un attimo. In questi giorni il vento freddo ci ha sempre inseguito, anche con il sole, e le innumerevoli pause fatte durante il cammino erano per lo più dovute al mettere/togliere indumenti.
Stasera siamo a cena da Massimo e Caterina, la moglie. Abbondante è sicuramente l’aggettivo che più si adatta a questa esperienza e questa coppia sono due ospiti generosi. Del resto gestiscono un bar da 20 anni. Usciamo dalla cena contenti ma abbastanza provati…
Una nota da segnalare è la mission che Damiano si è dato di raccogliere le cartacce che trova sul sentiero. Gli fa ovviamente onore e recupera così la sua posizione di maschio alfa!
Oggi è stata decisamente una bella tappa, piena di Toscana con i suoi verdi, le sue colline, i suoi cipressi, i suoi casali meravigliosi. E ovviamente i suoi viandanti!
Nel frattempo abbiamo risolto la questione itinerario e domani rientreremo nel sentiero senza grandi deviazioni. 



6 tappa: Bivigliano- Fiesole- Firenze (21 km, dislivello +400 mt)
Lasciamo il nostro ospite con due note gravemente negative. Le lenzuola dei letti sono fatti di materiale sintetico… terribile… la colazione è costituita da brioche e succhi di frutta che ci aveva lasciato il giorno prima e che noi, inconsapevolmente, avevamo preso come merenda. Alla sera cerca di rimediare dandoci di nuovo delle briosche, quindi la colazione manca di caffè, te’, ecc. inoltre il bar vicino a casa oggi ha deciso di chiudere. partiamo già male…
Dopo un km e mezzo circa ci ricongiungiamo con la via degli dei. La prima tappa intermedia è la vetta delle croci a 516 mt., che non è una vera e propria vetta. Per arrivare al punto più alto di oggi dobbiamo salire ancora di circa 250 mt. Già da un po’ però il sentiero è uscito da un bellissimo bosco ed è sbucato su una radura e la vista si apre prima su Fiesole e poi su Firenze. Si vede già il cupolone (come lo chiama Damiano) di Brunelleschi. Peccato che la giornata non è limpida come ieri. 



A questo punto il sentiero inizia veramente a scendere e questa volta per sempre. Dopo un po’ arriviamo all’asfalto e ormai è chiaro che stiamo rientrando nella civiltà. 



Ecco Fiesole, bellissima città che sovrasta Firenze con una bella piazzetta dominata da una torre.
È giusto l’ora di pranzo e quindi entriamo in una trattoria molto pittoresca dove finalmente io mi concilio col cibo e faccio un pranzo degno di questo nome dopo una settimana di deprivazioni e noia (leggi: panini solo con mozzarella e pomodoro e piatti di spaghetti e pomodoro).
Ormai da ieri abbiamo deciso che il nostro cammino si conclude a Fiesole (del resto alcuni lo fanno finire proprio qui). Vogliamo risparmiarci i 10 km di asfalto che separano questa città da Firenze, così possiamo goderci un po’ del capoluogo toscano anche se ormai è impraticabile, tanti sono i turisti che la affollano. Vediamo da fuori il Duomo (x entrare c’è una coda pazzesca), passiamo sul ponte vecchio e andiamo a Palazzo Vecchio a fare l’ultimo timbro di cammino concluso e a ritirare il gadget omaggio, una locandina della via degli dei, molto semplice…
Per arrivare all’ora del treno ci imbuchiamo al mercato centrale, vicino alla stazione FS. Ricorda molto quello di Milano. La costruzione del vecchio mercato è stata riutilizzata per mettere bar e ristoranti di vario tipo. Un posto molto vivace.




Arrivati a Bologna e recuperata l’auto, scopro che avevo dimenticato gli occhiali sul sedile, quindi ho guadagnato un paio di occhiali nuovi…
Nel viaggio di ritorno ci divertiamo a votare i nostri ristoranti e bed&breakfast preferiti.
Ma ovviamente il pensiero corre a quello che sarà il nostro prossimo cammino…



venerdì 24 febbraio 2023

23-26 febbraio 2023 Palermo


È il Weekend di carnevale e solo io ed Emilia ci possiamo permettere il weekend lungo, partendo giovedì sera fino a domenica. A Palermo entrambe ci siamo passate di sfuggita e così decidiamo che è una città a cui vale la pena dedicare qualche giorno. Prima della partenza recuperiamo un po’ di informazioni da amici e colleghi palermitani e così partiamo già con un sacco di indicazioni di cosa vedere e soprattutto di dove mangiare. La prima sera è dedicata solo a raggiungere il b&b con una autista diciamo sprint che ci recupera all’aeroporto. Dormiamo in una zona piuttosto centrale  e a portata di piedi; questo ci permetterà di muoverci solo pedibus calcantibus e del resto avremo modo di scoprire che il centro storico di Palermo non è poi così grande. Tutto ruota attorno alle due solite vie, via Maqueda e via Vittorio Emanuele.

Primo giorno, venerdì. La prima tappa sono i due principali teatri della città, il teatro Politeama, davanti al quale c’è una manifestazione studentesca molto partecipata per la pace. Il teatro Massimo è quello che decidiamo di visitare con una bella visita guidata che ci permette di vedere gli operai mentre smontano il palco del “Don Pasquale” di ieri sera. Il palco è enorme, molto più grande della platea. Ci sono addirittura delle automobili in scena… costruito subito dopo L’Unità d’Italia, presenta infatti gli stemmi sabaudi. In una sala minore non adibita a spettacoli abbiamo modo di provare uno stranissimo effetto acustico grazie al quale le ns voci sembrano essere amplificate a dismisura.

Sulla strada che ci porta alla cattedrale abbiamo modo di attraversare uno dei mercati di Palermo, quello del capo, dove iniziamo a curiosare tra i prodotti tipici e gli odori dello Street food. Ad un certo punto ci imbuchiamo in una chiesetta, Immacolata concezione, che è un piccolo gioiello del barocco.

La seconda tappa di oggi è la Cattedrale. L’interno è decisamente poco affascinante; molto più interessante è il sotterraneo scavato nel tufo dove si trovano svariate tombe di regnanti che si sono susseguiti nel governo di questa città, tutte di diversa foggia, il tesoro legato sempre alla storia dei vari regnanti e la terrazza da cui si osserva Palermo dall’alto. 

Usciti dalla chiesa visitiamo anche il palazzo arcivescovile. Nel girovagare di oggi siamo anche passati dai  famosi quattro canti, un crocchio in cui si incrociano le due vie principali e in cui si passa più volte al giorno. Qui c’è sempre qualcuno che canta e suona. Oggi becchiamo un gruppo che canta i Maneskin e forse ne vorrebbe ricalcare le orme…

Il primo pranzo palermitano è in un locale storico, l’Antica focacceria di San Francesco, perché è davanti ad una bellissima chiesa romanica dedicata al Santo. Il locale e l’arredamento sembrano ancora fermi agli anni del 1800 in cui è stato fondato. Il cibo tipico fuoriesce da due pentoloni che contengono milza e polmoni con cui riempiono dei panini… abbastanza disgustoso. Noi ci limitiamo a due schiacciate.

La pausa post prandiale ci vede impegnate in una passeggiata verso il mare e verso la zona del foro italico. Poi però ritorniamo verso il centro in direzione Piazza Bellini, uno dei fulcri della città. Qui si affacciano tre tra le chiese più famose: la Martorana, la chiesa di San Cataldo e la chiesa e il monastero di Santa Caterina. La prima purtroppo è chiusa, ripasseremo. La seconda è piccola e spoglia ma a mio parere molto pittoresca, anche se è più famosa per le sue tre cupole rosse, arabeggianti.  

La terza è caratterizzata, oltre che da uno stile barocco molto ricco al suo interno, dai suoi tetti che permettono un’altra bella visuale della città e la vista dall’alto della piazza Pretoria dove si trova la sua famosa “fontana della vergogna”, così chiamata per le sue statue parecchio nude. Notevole anche il chiostro dove vivevano le monache e i balconi su cui si affacciavano le loro camere, ognuno con una pavimento di maiolica diversa e una fontanella di stile differente. Claustrofobiche le cellette dove pregavano e si confessavano attraverso una grata o i balconi da cui assistevano alla messa, chiusi come una gabbia.

La degna conclusione di questa prima giornata è l’aperitivo sulla terrazza della Rinascente al tramonto, che ci concede un’ultima vista dall’alto di Palermo e in particolare della chiesa di San Domenico, dove siamo andate a visitare la tomba di Giovanni Falcone, sepolto qui.



Però la vera conclusione di oggi è stata la cena. Riusciamo a trovare un tavolo all’osteria di Nonna Dora, piuttosto famosa, ci risulta, dove non sempre è facile trovare posto. Ci presentiamo all’ora concordata e dopo poco ci sediamo, anche se qui la prenotazione non esiste. Il cibo è ottimo ma le porzioni sono veramente esagerate! Emilia, che è sicuramente famosa per non tirarsi indietro mai col cibo, non riesce a finire la sua porzione di 220 grammi di pasta! La nostra idea è che ci abbiano messo alla prova…



Secondo giorno, sabato. Prima di buttarci nel mondo di Ballaro’ recuperiamo una chiesa che ieri era chiusa, la chiesa della Martorana o di S. Maria dell’Ammiraglio. È un piccolo gioiello che racchiude in sé una parte bizantina, mosaicata in oro, che è una piccola versione di quello che vedremo a Monreale, a cui è stata aggiunta successivamente una parte affrescata barocca. Sono ancora evidenti le parti di muro che prima chiudevano il nucleo originario. Nella cupola il Cristo Pantocratore.





La giornata prosegue con una full immersion nella Palermo dei mercati, quella degli odori, piacevoli o sgradevoli,  delle urla, del pesce sia crudo che fritto, della carne arrostita ma anche esposta cruda, della spremuta fatta al momento e di tutte le altre miriadi di cose che si possono comprare… il tutto all’interno di un potpourri di etnie, dall’araba all’Asiatica del bangla e dell’indiano, all’africana della Nigeria o del Mali.
In fondo anche il resto della nostra giornata rispecchia quello che abbiamo vissuto attraversando Ballaro’. Palermo infatti è stata attraversata nel corso dei secoli da vari popoli, dai greci ai romani, ai cartaginesi, da popolazioni arabe, normanne, bizantine, dagli svevi, agli Angioini, ai Borboni. E quindi la Palermo di oggi in fondo è come quella del passato. Oggi infatti il nostro giro è dedicato alla Palermo arabo-normanna.
Si parte da palazzo dei Normanni che al suo interno contiene la Cappella Palatina. Il livello di precisione e dettagli dei suoi mosaici è incredibile. Generalmente un tassello è 1 cm x 1 cm.



Il suo soffitto, ligneo, non è invece bizantino ma arabo, segno della commistione e convivenza di culture diverse, ugualmente accettate a corte. Ricorda inoltre molti particolari delle residenze arabe in terra spagnola, come l’Alhambra.



Il palazzo reale ci fa conoscere quindi meglio Ruggero II, il primo re normanno di Palermo, che ha contribuito ad arricchire questa città di così tante e incredibili opere d’arte. Non così ad esempio fece il suo successore, Guglielmo I. Adesso qui c’è la sede della Regione Sicilia. Camminando in un corridoio mi cade l’occhio su un quadro di Guttuso, esposto come una qualsiasi crosta… oltre ai mosaici della Cappella, bellissimi, si può vedere la stanza di Ruggero dove forse riposava o forse si sollazzava, e anche la torre Pisana, imponente e maestosa x incutere timore agli ospiti. Prima di lasciare il palazzo reale facciamo un giro nei bellissimi giardini reali dove una musica classica di sottofondo accompagna il mio spritz che a stomaco vuoto fa il suo effetto…
Uscite da palazzo reale, dopo il pranzo, ci dirigiamo verso San Giovanni degli eremiti con interni molto spogli ma un bel chiostro e le caratteristiche cupole rosse arabeggianti.



L’ultima tappa di oggi è appena fuori Palermo, circa 30 minuti di bus cittadino, e ci porta a Monreale. Anche oggi siamo fortunate perché troviamo subito una guida che sta partendo con l’ultimo tour della giornata. L’estensione di questi mosaici è incredibile. Dopo la basilica di Santa Sofia (adesso moschea) a Istanbul, è la seconda chiesa x metri quadrati di mosaici al mondo; poi c’è San Marco a Venezia. 
Molte caratteristiche della chiesa, dall’altezza del trono del re (più alta rispetto al trono del vescovo), alla posizione delle tombe dei re (che da sotto l’altare sono state spostate nella navata laterale, perché il vescovo quando si inginocchiava davanti all’altare non si prostrasse automaticamente anche al re) ci fanno capire la lotta che c’è sempre stata tra potere temporale e potere spirituale, e quindi quale dei due dovesse sottostare all’altro o provenire dall’altro.
Anche qui nella cupola troviamo il Cristo Pantocratore, tipico della tradizione bizantina, di dimensioni notevolmente maggiori ma ancora più preciso nei suoi particolari, tanto che qui nello spazio di un normale tassello (1x1 cm) ce ne stanno 6! Tutti gli  altri mosaici bizantini rappresentano scene del vecchio e del nuovo testamento, ben illustrate dalla nostra guida. Invece i pavimenti e le parti di parete non mosaicate sono state mirabilmente decorate da artisti arabi. Al ritorno verso Palermo becchiamo la gioventù che si muove verso la città x il sabato sera.



Terzo giorno, domenica. Oggi la giornata è dedicata alle ultime cose rimaste del nostro elenco delle cose da fare. Prima cosa, un po’ di shopping, soprattutto di carattere culinario. I mercati sono molto attivi anche la domenica ma solo al mattino e non proprio al mattino presto… dopo ci dirigiamo verso il quartiere dell’olivuzza che x noi è sinonimo di Florio. Entrambe siamo molto legate a questa famiglia per aver seguito le sue vicende attraverso i libri di Stefania Auci. Abbiamo così modo di visitare la villa fatta costruire da Vincenzo Florio a fine ‘900. È uno stupendo esempio di liberty anche se purtroppo subì un gravissimo incendio e quasi tutti gli interni in legno sono stati ricostruiti, anche se molto fedelmente grazie alle foto dell’epoca.



Visto che siamo in zona andiamo a vedere il castello della Zisa, solo dall’esterno, e le catacombe dei frati cappuccini. Questa è una visita decisamente inquietante perché si tratta di centinaia di mummie imbalsamate dai cappuccini che facevano questo “servizio”, tra il 17 e 19 secolo, per le famiglie ricche che volevano evidentemente conservarsi per l’eternità… particolarmente macabri i bambini. Le mummie sono divise tra uomini, donne, vergini, professionisti, preti e bambini.



Abbandoniamo questa zona di Palermo, decisamente poco frequentata dai turisti e un po’ più sporca e trasandata (anche se sa riservare alcune note poetiche…) per tornare verso il centro dove ci aspettano le arancine del famoso Kepalle. L’originalità è data dalla fantasia dei ripieni.
Dopo un ultimo gironzolare con la pioggia che si alterna al sole, prendiamo il pullman che ci porta all’aeroporto dove arriviamo con un fantastico arcobaleno, ultimo saluto di questa bella città attraversata dalla storia antica del Mediterraneo ma che ha segnato tragicamente anche la storia d’Italia. Non si contano le lapidi in giro per la città in memoria di qualche magistrato o poliziotto ucciso dalla mafia, i manifesti dei negozi che si sono opposti al pizzo, il murales sul palazzo di giustizia con gli uomini della legge che hanno donato la vita x la loro lotta, la linea del tempo illustrata all’interno dell’aeroporto che ricorda non sono le stragi ma anche le vittorie dello Stato come la cattura di Buscetta, di Riina o di Provenzano. Manca ovviamente la tappa più recente, quella di Messina Denaro.





martedì 1 novembre 2022

29-31 ottobre 2022 trekking in Trentino

 TRA I VIGNETI EROICI E LE MINIERE DELLA VAL DI CEMBRA E DEI MOCHENI


L’autunno vede come sempre gli escursionisti (e anche i cicloescursionisti) alla ricerca di zone d’Italia in cui la natura offre anche vigneti (e non solo boschi) da attraversare e quindi vini da degustare. La scelta di quest’anno mia e di Nadia, la mia socia-accompagnatrice del CAI Varese (ma non dimentichiamo il marito Grillo), cade sulla val di Cembra e valle dei Mocheni, in Trentino, il regno del Gewürztraminer e del Müller Thurgau. Il fine ottobre di quest’anno ci ha regalato tre giorni di temperature primaverili e di cieli e colori autunnali. Il gruppo di quest’anno è fatto da 18 persone. Varie età, vari allenamenti, varie esperienze ma tutti grande curiosità!




Il primo giorno è stato dedicato alla Valle dei Mocheni o Valle del Fersina, nota per la presenza di un'isola linguistica germanofona di origine medievale. Ora è una minoranza linguistica protetta dalla UE. La prima tappa è il Lago di Erdemolo a 2014 mt.




In seguito raggiungiamo la miniera De Gruab Va Hardimbl, miniera museo del ‘500 posta a 1700 mt. nel cuore della montagna. Una giovane guida ci illustra l’interno di questo giacimento di pirite e la vita buia e faticosa dei canopi, i minatori arrivati da Boemia e Tirolo.








Il secondo e il terzo giorno invece ci portano in Val di Cembra. Dapprima visitiamo le Piramidi di terra di Segonzano, un fenomeno geologico unico in Trentino dove colonne di terra, sovrastate da un masso di porfido (altra ricchezza di questa valle), formano torri, creste, colonne e pinnacoli disposti a canna d’organo. 




Dopo aver seguito un itinerario che ci porta su e giù per questa vallata, attraversati il torrente Avisio e il paese di Faver, costantemente circondati da terrazzamenti di vigneti e meleti, raggiungiamo il Castello di Segonzano, dove abbiamo appuntamento con il proprietario della Cantina Barone a Prato, che ci illustra le caratteristiche del suo vitigno e ci conduce nella sua cantina dove effettuiamo la prima degustazione (Gewürztraminer, Pinot nero, Chardonnay, Cabernet).





L’ultimo giorno vede proseguire la nostra esplorazione della vallata, seguendo il sentiero di Mancabrot. Partendo da Masen di Giovo arriviamo a Ville di Giovo, nota per il castello della rosa, e proseguiamo verso Verla di Giovo per visitare la cantina Villa Corniole, dove effettuiamo la seconda degustazione di un Brut, un Müller Thurgau, un Cimbro rosso. 

Anche oggi ci confrontiamo con una famiglia simbolo di una viticoltura di montagna definita eroica che produce vini estremi, sempre abbinati a prodotti enogastronomici a km zero.





Una splendida faggeta dai colori autunnali ci riporta al punto di partenza e alla conclusione di questi tre giorni dedicati ad un territorio poco conosciuto rispetto alle vicine Val di Fassa e Val di Fiemme ma che ci ha regalato una varietà incredibile di esperienze.





domenica 4 settembre 2022

Forte di Fenestrelle




4 settembre 2022:  escursione al forte (o meglio ai 3 forti) di Fenestrelle, in provincia di Torino, un po’ oltre Pinerolo, in Val Chisone. La Francia è poco oltre. Forte molto ben conservato, anzi rimesso in sesto da un gruppo di volontari dopo anni di abbandono, volontari che ora si preoccupano anche di tenerlo aperto e di fare le visite guidate, unico modo per visitarlo. La nostra (ottima) guida oggi è Luca. Del gruppo (circa una ventina di persone) io sono l’unica da fuori regione e gli altri si stupiscono che io venga da così lontano…




Costruito tra inizi ‘700 e metà ‘800 ha al suo interno la scala coperta più lunga d’Europa, di quasi 4000 scalini. 



È una costruzione colossale; per chi lo conosce, molto più grande del forte di Bard, e pensate che non è mai stato attaccato o messo sotto assedio ma solo usato per ospitare al massimo qualche centinaio di soldati sabaudi. Notevole l’organizzazione e la logistica di un luogo costruito seguendo il crinale della montagna per oltre 3 km., una superficie complessiva di 1.350.000 metri quadrati, con uno sviluppo di dislivello di circa 600 metri. Qui dentro si possono trovare: il forte San Carlo, il palazzo del governatore, il palazzo degli ufficiali, i quartieri militari, la porta reale, la scala coperta, la polveriera di sant’Ignazio, 28 risalti o postazioni per artiglierie, il forte tre denti, la garitta del diavolo, la ridotta Santa barbara, la ridotta delle porte, il forte delle valli, la ridotta belvedere, la ridotta Sant’Antonio, la ridotta dell’elmo, il ponte rosso. E poi cisterne, cucine, dormitori…





Io ho fatto la visita che dura tutto il giorno (7ore) e che arriva fino in cima, a 1800 metri, che ovviamente consiglio con una vista spettacolare sulla vallata. Ma c’è anche la visita di tre ore, più accessibile per chi è meno allenato e che permette l’accesso a luoghi diversi.

Da segnalare che in questi territori esistono ancora delle piccole sacche di minoranze linguistiche che parlano patois (patua) e occitano, segno di una culturale Franco-provenzale che forse sta scomparendo, nonostante la legge del 1999 sulla tutela delle minoranze linguistiche. Qui in Piemonte, nella zona del torinese, non è raro trovare influenze transalpine. Diverso è invece per la zona Domodossola e VCO che invece, facendo parte in passato del ducato di Milano, presenta dei dialetti lombardofoni. In rete si trovano varie informazioni rispetto ai patrimoni linguistici del Piemonte; riportarli qui sarebbe impossibile.